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E N G Le sorgenti del fiume Fiora alimentavano, prima che fossero destinate ad una rete di acquedotti diretta a tutta la Toscana del Sud, una peschiera inserita in un parco alberato altamente suggestivo, che completava il vasto giardino padronale degli Sforza-Cesarini, signori di Santa Fiora all'indomani della caduta degli Aldobrandeschi. Oggi la cosiddetta Peschiera è tuttora esistente ed è utilizzata, oltre che per l'allevamento di trote e di carpe, anche come itinerario turistico.
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Santa Fiora


   
   

Santa Fiora è stata menzionata per la prima volta in un documento della fine del IX secolo. Nel documento si faceva riferimento a questioni di confine con la proprietà dell’Abbazia di San Salvatore. Nei primi decenni del 1000 Santa Fiora compare già come insediamento, nel quale la famiglia degli Aldobrandeschi allestiscono le prime mura di protezione. Le risorse economiche si fondavano soprattutto sull’allevamento e sulla selvicoltura. Durante il XIX secolo si svilupparono imprese connesse a l’uso delle acque, molini e tintorie. Oggi l’economia del borgo si basa principalmente sulla presenza turistica richiamata dalla pratica degli sport invernali e dal fascino di quello che può essere considerato il più integro degli antichi borghi dell'Amiata. Lo stemma ricrea, all’interno di uno scudo bicolore, l’immagine di Santa Fiora e Santa Lucilla poste su di un terreno erboso. Le due sante sostengono insieme, una con la destra l’altra con la sinistra, un anello gemmato d’oro, simbolo del decreto del Capo del Governo.
Di grande interesse il centro storico di Santa Fiora, che presenta al suo apice una piazza ove si affaccia il palazzo Municipale, oltre a ciò che resta delle fortificazioni medioevali, piazza che è da considerarsi il salotto buono dell'intero territorio amiatino. Di recente è stato allestito un museo delle miniere, che pur non risultando esteso e documentato come quello di Abbadia, segna una signifificativa evocazione dell'epoca mineraria vissuta intensamente nel territorio di Santa Fiora e Castellazzara (miniere di mercurio del Siele e del Morone). Dalla piazza, percorrendo la via Carolina, in Piazza Arcipretura, si giunge alla Chiesa della Pieve, dedicata alle Sante patrone del paese Flora e Lucilla. La pieve medievale (XIV sec.) è famosa poiché conserva al suo interno preziose opere di terracotta invetriata note come “robbiane”, attribuite all'artista fiorentino Andrea della Robbia (1435-1528).

Dal Punto di vista urbanistico, il centro storico di Santa Fiora si compone di Tre Terzieri: Castello, Borgo e Montecatino.



Castello

Il terziere di castello è la parte più antica del paese e si erge sopra un'altissima ripa. Il punto centrale è costituito dalla Piazza, sovrastata dalla torre dell'orologio e dalla Rocca medievale espressione del dominio degli Aldobrandeschi. Accanto, di un'epoca successiva (intorno al 1600), si erge lo splendido palazzo comitale Cesarini-Sforza, fatto edificare dagli omoni conti in sovrapposizione ad edilizie preesistenti. Queste costruzioni, oltre a delimitare la parte occidentale della Piazza formano un complesso grande e compatto che dà forma allungata al campo. All'estremità sud, proprio adiacente la palazzo comitale, stanno lo splendido giardino e l'antica dimora della famiglia Luciani, amministratori del feudo per conto degli Sforza. A nord, prima del Ponte del Viadotto che collega la parte vecchia con quella nuova del paese, c'è l'ottocentesca chiesina di San Giuseppe.
Nella parte est, la Piazza è definita da un altro complesso di edifici, interrotti l'uno dall'altro da una serie di viuzze che introducono nei meandri di un centro storico ricco di scorci suggestivi, di bassorilievi, come insegne sulle antiche porte, e di madonne votive. In particolare vanno menzionate: Via San Michele e Via dell'Olmo che conducono alle omografe piazzette (in Piazza San Michele è visibile una statua del Santo con in mano la caratteristica bilancia). La via centrale che collega il terziere di Castello con quello di Borgo, e che dalla Piazza scende in direzione della chiesa principale, è Via Carolina. Pochi metri dopo averla imboccata s'incontra la chiesa del Suffragio (1716-1726); proseguendo fino in fondo, come detto, ci si para davanti la chiesa della Pieve, di origine romano-gotica, dedicata alle sante Flora e Lucilla. Qui, oltre ai dipinti e alle grandi croci che sfilano per le vie del paese ogni tre maggio, si trovano conservate le preziosissime terra-cotte dei fratelli della Robbia.

Borgo

A pochi passi dalla Pieve, oltrepassata la Porticciola, scendendo lungo la "strada nuova" si viene immessi nel terziere di Borgo, un tempo abitato per lo più dalle classi subalterne. Il Borgo si sviluppa lungo gli assi che collegano la chiesa di Sant'Agostino (costruita a partire dal 1309 insieme al convento di San Michele dai frati del convento di Santa Barbara di Bagnolo), alla chiesa di Sant'Antonio, di cui resta solo la facciata, fino al convento delle cappuccine, fondato nel 1602, e chiuso nel 1991. Inutile dire che anche qui gli amati dell'arte, gli archeologi e i turisti hanno con che intrattenersi. Da non dimenticare, alla fine di Via Lunga, i resti dell'antico Ghetto, testimonianza di una presenza significativa degli ebrei nel nostro territorio al tempo degli Sforza.

Montecatino

Continuando a scendere, costeggiando la piazzetta di fronte alla Chiesa di Sant'Agostino e oltrepassando la porta San Michele (o di Borgo) ci si trova proprio di fronte ai pozzi della Peschiera, sopra i quali incombono i caratteristici tritoni in peperino dello stemma: siamo nel terziere di Montecatino. Si tratta del più recente nucleo abitativo del centro storico, quasi sicuramente edificato per i maestri degli edifici e gli operai impiegati nelle fabbriche azionate dalla forza del fiume. Non vi sono decorazioni o opere d'arte di valore, tuttavia, proprio la semplicità conservata intatta rappresenta la sua bellezza. Adiacente alla Vasca, sorge la piccola chiesa della Madonna delle Nevi costruita verso il 1600, sia per servire gli abitanti del Terziere che per benedire le sorgenti d'acqua. All'esterno, un rilievo dei Della Robbia raffigura le sante Flora e Lucilla.
Con un parco amplissimo, ricco di specie naturali, e il grande catino d'acqua formato dalle sorgenti del fiume, la Peschiera è il fiore all'occhiello di Santa Fiora. Costruita intorno alla metà del 1400 essa era adibita a vivaio per le trote e luogo di riposo dei conti Sforza di Santa Fiora, che nel 1851 la fecero restaurare e cingere con più alte mura.

In Piazza Arcipretura, si giunge Pieve delle Sante Flora e Lucilla, edificio romanico con facciata a capanna e rosone centrale a ruota in travertino, e dedicata alle Sante patrone del paese Flora e Lucilla. La pieve medievale (XIV sec.) è famosa poiché conserva al suo interno preziose opere di terracotta invetriata note come “robbiane”. Si tratta della collezione delle pregevoli ceramiche di Andrea della Robbia (1435-1525), autentiche gemme dell'arte toscana, sia per per esecuzione tecnica, di cui è prova luminosa la perfetta conservazione nei secoli, che per sensibilità artistica. Fra esse segnaliamo la Madonna della Cintola, il Battesimo e l'Ultima Cena, oltre ad un trittico con l'Incoronazione al centro e i santi Francesco e Girolamo nei riquadri laterali.

La facciata della chiesa è divisa da una cornice, al di sopra della quale è inserito uno splendido rosone a ruota in travertino; sotto ad esso, lo stemma in marmo della famiglia Sforza e dei Duchi di Segni (XVI sec.).

La chiesa della Madonna della Neve è detta anche "della Piscina" per la vicinanza con il complesso della Peschiera, dove si raccolgono le acque del Fiora. La facciata è ornata con un bel rilievo di scuola robbiana con le Sante Flora e Lucilla, del XVI secolo. All'interno, ovali con figure di santi di Francesco Nasini (1640).

 

 
Chiesa della Pieve delle Sante Flora e Lucilla

Maremma Toscana, Santa Fiora, veduta Peschiera

Veduta Peschiera [2]

 


Il Convento della Santissima Trinità alla Selva

Il Convento della Santissima Trinità alla Selva, detto anche convento della Selva, si trova nei pressi della frazione di Selva nel comune di Santa Fiora (GR) lungo la strada provinciale 4, alle pendici del Monte Calvo.

Il grande complesso conventuale risale ad epoche diverse. La primitiva chiesetta, chiamata della Santissima Trinità nella Selva di Monte Calvo, fu edificata nel secolo XI e in seguito affiancata da un piccolo romitorio. Nel secolo XV, il dominio della zona passò dagli Aldobrandeschi agli Sforza, attraverso il matrimonio tra Bosio e l'ultima discendente della famiglia Aldobrandeschi, Cecilia. Il primogenito della coppia, conte Guido, promosse una ristrutturazione e ampliamento del complesso, che ebbe luogo tra il 1488 e il 1489. Venne realizzata una nuova chiesa che inglobò la precedente. Dopo aver vissuto gli ultimi anni della sua vita nel convento vi fu sepolto nel 1508. Per i frati lasciò un generoso lascito.
La chiesa odierna risale al 1762, quando venne rifatta demolendo le precedenti.

Il campanile in pietra permette di scorgere la chiesa da lontano, spuntando fra gli alti abeti bianchi del Bosco dei frati.
La facciata della chiesa presenta un portico a cinque arcate, tipico delle strutture meta di pellegrinaggi, sovrastato da un finestrone dipinto. A sinistra si apre l'accesso per la cappella di Santo Stefano, mentre da destra si accede al convento. Una lapide collocata accanto al portone d'ingresso ricorda gli abitanti di Selva caduti nella grande guerra. Un'altra epigrafe a destra della porta d'ingresso, sopra un portoncino che conduce nei locali del convento, ricorda il Granduca di Toscana Leopoldo II, che visitò il convento nel maggio 1846. La controporta in legno di castagno risale al 1891.

All'interno della chiesa l'altare maggiore è sormontato da un crocifisso sormontato da una grande corona seicentesca, sorretta da colonne. Nella navata sinistra si trova la sepoltura del conte Guido Sforza, con un'epigrafe e un busto in bassorilievo.
Fra i dipinti presenti si distinguono nella navata sinistra la pala d'altare settecentesca raffigurante San Pasquale Baylon in adorazione davanti all'Eucarestia ed la tavola di Girolamo di Benvenuto da Siena con l’Assunzione della Vergine coi santi Girolamo, Tommaso e Francesco, dove in secondo piano si scorge il committente Sforza in preghiera e la costa maremmana.

Sull'altare centrale della navata destra, la pala di terracotta robbiana raffigurante la Trinità, proveniente dalla chiesa sforzesca. Degni di menzione sono anche i confessionali lignei, di recente restaurati.
Dietro l'altare maggiore si trova un coro ligneo, al quale si accede dalla sala in fondo alla navata destra.
In questa sala, antistante alla sacrestia, è collocata la teca murata che contiene la parte superiore del teschio del "serpente" di cui narra una nota leggenda ambientata a fine del Quattrocento, secondo la quale nella zona abitava un mostro, detto anche "orrido serpente" o "cifero serpente" (probabilmente un coccodrillo fuggito dalla Peschiera di Santa Fiora), seminatore di panico fra la popolazione, che fu abbattuto dal Conte di Santa Fiora nella zona ancora oggi chiamata "Fosso Serpentaio", poco distante dal Convento.

La fonte

Presso il Convento si trova una fonte, detta "Fonte del Papa". Secondo la leggenda Papa Pio II, gravemente malato, avrebbe bevuto da questa fonte e ne sarebbe miracolosamente guarito.

Panetteria e Pasticceria Bar Corsini

Via Roma 2
58037 Santa Fiora (GR)
tel. 0564 979029
Orario: dalle 7.30 alle 13 e dalle 16.30 alle 19.30
Giorno di chiusura: Lunedì

   
   

Visualizzazione ingrandita della mappa

Vicino a Santa Fiora Arcidosso, Castel del Piano, Seggiano, Vivo d’Orcia, Abbadia San Salvatore, Castel Azarra en Piancastagnaio.
 
   

[1] Storia | Quando Arialdo, vescovo di Chiusi, chiamò in suo aiuto per combattere il Monastero di San Salvatore, il conte Ildebrando Aldobrandeschi, non poteva prevedere il male che un giorno avrebbe fatto, oltre che al Monastero, al suo Vescovato, con quella chiamata.

Gli Aldobrandeschi misurarono da quel giorno la potenza dell'uno e dell'altro e la loro ricchezza, e si prepararono ad abbattere la prima e ad impadronirsi della seconda, e così ottennero il pacifico dominio di tutta la regione.

Questa famiglia degli Aldobrandeschi è antichissima. Il Repetti e l'Ughelli la vogliono di origine salica; la loro opinione però è errata. Gli Aldobrandeschi, di pura origine longobarda, alla pari degli Ardengheschi, dei Pannocchieschi e degli Albizzeschi, scesero nell'Italia Centrale quando il re Autari tentò la conquista di tutta la penisola, e si posarono a Santafiora e nella Maremma toscana, non lungi dal lido tirrenico, ove ancora le due città etrusche di Sovana e Roselle fiorivano per potenza, per armi, e per ricchezza di commerci.

Il Liverani, nella sua opera "Antichità Italiche", ci dice che il Re longobardo investisse il conte Rapprando della signoria di Roselle. Non sappiamo su quali documenti il Liverani abbia appoggiato questa sua asserzione; ma egli è storico troppo scrupoloso per asserire una cosa senza prima accertarsi dell'esistenza di essa. Il Repetti dice che la famiglia Aldobrandeschi comincia ad apparire nella storia solo intorno all'anno 803. Noi possiamo dire che vi appare anche prima: in una pergamena della città di Roselle e conservata nell'archivio di Stato di Firenze, risalente all'anno 729, si parla di un Ghidelmo Aldobrandeschi, signore di Roselle, e questa è la prova migliore dell'origine longobarda della famiglia, perchè, a quell'epoca, i Franchi non erano ancora discesi in Italia.

Durante il secolo XI, da Santafiora allargarono la loro signoria anche nel Lazio impadronendosi dei castelli di Proceno e Valentano. Forse la loro ambizione tendeva verso Roma, ma le potenti famiglie degli Orsini e dei Savelli opposero una barriera insuperabile al soddisfacimento delle loro ambizioni. Ed allora pensarono di fare propria l'Amiata; cominciarono col pretendere la signoria di Arcidosso, basandosi sopra un atto di donazione fatto dalla contessa Ermengarda. I Monaci di San Salvatore, che erano al possesso di detto castello, preferirono venire a trattative anzichè fare una guerra, ed allocarono il Castello agli Aldobrandeschi mediante il pagamento annuo da parte di costoro di dieci ducati. Ma questo era il primo contatto: dopo Arcidosso gli Aldobrandeschi vorranno i castelli di Montelaterone e di Montepinzutolo (attuale Monticello Amiata), e la guerra, ora sorda, ora aperta, continuerà fino alla fine del Monastero ed anche in parte degli stessi Aldobrandeschi, perchè essi pure si esaurirono nella lunghissima lotta.
Al principio del secolo XIII era a capo della potente famiglia il conte Guglielmo, il "gran Tosco" dell'Alighieri. Costui, assetato di conquista, venne presto in contrasto col Monastero. Chi non ricorda la terzina del canto XI del Purgatorio nella Divina Commedia:

"Io fui latino e nato d'un gran tosco:
Guglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
Non so se 'l nome suo già mai fu vosco"

Sono le parole con le quali Omberto Aldobrandeschi si presenta a Dante alle porte del Purgatorio, mentre attende con molti altri, tra cui Manfredi, Pia de'Tolomei senese, Buonoconte da Montefeltro, anime tutte che essendo di ferma fede cristiana, non ebbero il tempo di pentirsi e scontare i propri peccati per aver avuto una morte violenta ed improvvisa.
[Fonte: Giovanni Volpini: Storia del paese e del Monastero di San Salvatore, 1953].
[2] Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=5462958



Bibliografia

Aldo Mazzolai. Guida della Maremma. Prcorsi tra arte e natura. Firenze, Le Lettere, 1997.

Valentino Baldacci (a cura di). I luoghi della fede. Itinerari nella Toscana del Giubileo (Regione Toscana). Firenze, 2000.

Carlo Citter. Guida agli edifici sacri della Maremma. Siena, Nuova Immagine Editrice, 2002.



Santa Fiora in Musica

Comune | Comune Di Santa Fiora, Piazza Garibaldi, 25 Santa Fiora (GR) 58037

Monte Amiata il Vulcano della Toscana | Itinerari | www.monte-amiata.eu


I segreti della Maremma Toscana | La Casa Vacanze Podere Santa Pia è situata in un contesto paesaggistico di suggestiva bellezza, nel comune di Cinigiano, a meta' strada fra mare e montagna.

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Amiata a piedi | www.amiataturismo.it

L’antico e ormai spento vulcano del Monte Amiata è situato tra le province di Siena e Grosseto ed è il rilievo vulcanico più settentrionale d’Italia. Il suo profilo a cono, tipico di tutti i vulcani, è la conseguenza di numerose eruzioni avvenute tra i 280 e i 180 milioni di anni fa. Da qui deriva la formazione di enormi ammassi rocciosi di pietra lavica che rendono il paesaggio particolarmente suggestivo. Fino a pochi anni fa questo territorio era molto importante per i suoi giacimenti di minerali come il cinabro e il mercurio: fonti essenziali per l’economia amiatina. Anche sorgenti di acqua termale come quelle di Bagni San Filippo e Bagno Vignoni e i gas naturali che fuoriescono nelle zone di Santa Fiora e Piancastagnaio e che vengono usati come fonti di energia, dimostrano l’origine vulcanica di questa montagna. Il Monte Amiata raggiunge il suo punto più alto a 1.738 metri. Adiacente ad esso, a sud-ovest, si osserva la Montagnola (1.571), mentre in direzione sud si erigono il Monte Labbro (1.193), il Monte Civitella (1.107) e il Monte Penna (1.086). I fiumi Albegna, Fiora e Paglia nascono direttamente dall’Amiata. Il fiume Orcia trova la sua via nel lato nord della montagna e dà il nome alla meravigliosa Val d’Orcia.

         Dal parco faunistico del Monte Amiata alla cima del Monte Labbro [LUNGHEZZA: circa 6,5 Km.
DURATA: 3 ore circa]
L’escursione al Monte Labbro (1.193 m) inizia dal Parco Faunistico, uno dei più significativi progetti di protezione ambientale in Italia. In un paesaggio a tratti brullo e a tratti ricco di vegetazione è possibile osservare, nel loro habitat naturale, specie di animali e piante in via di estinzione. Particolarmente suggestivi sono i lupi che qui vivono in cattività e sono stati reintrodotti in questo ambiente agli inizi degli anni ’80. Al centro visitatori “Podere dei Nobili”, dove c’è anche un piccolo ristorante, si possono reperire informazioni.
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Portale Maremma Riserva di Natura | www.maremmariservadinatura.it

Riserva Naturale Monte Labbro - Provincia di Grosseto | Mappa | Il territorio è di media montagna, con rilievi come il Monte omonimo che raggiunge l'altitudine di 1.190 mt ed altri intorno ai 900-1000 mt.
Il punto di partenza del sentiero ad anello si trova presso una piccola costruzione in legno, usata come punto di informazioni, con relativo parcheggio, che si trova ai piedi del Monte Labbro. Questo si raggiunge dal bivio tra la strada provinciale, che collega Arcidosso con Roccalbegna, e la strada bianca carrozzabile che conduce al Parco Faunistico del Monte Amiata dove comunque si trovano le indicazioni relative. Praticamente provenendo da Arcidosso e superato il bivio per Santa Fiora, al successivo seguire le indicazioni per il Parco fino ad un primo bivio, continuare a sx verso Monte Labbro che è visibile in alto. Ad un successivo bivio tenere la dx e poco dopo ancora a dx fino ad arrivare al punto di partenza (punto 1). Consigliamo di effettuare il sentiero ad anello in senso antiorario, quindi proseguire sulla strada di arrivo, superare una staccionata con passaggio, in leggera salita fino ad arrivare ad un cancello con relativo scalandrino adiacente (punto 2). Consigliamo di superare questo sbarramento, necessario per animali liberi al pascolo, e proseguire a dx sulla vecchia strada a sterro che conduce in salita sulla cima del Monte Labbro dove si trovano i resti della Chiesa e la Grotta di Davide Lazzaretti (1834 –1878), dove si ammira uno stupendo panorama veramente a 360 gradi. Dopo la visita ritornare indietro per la stessa strada sterrata e superare di nuovo lo sbarramento (punto 2), proseguire a dx su un evidente sentiero acciottolato che quasi pianeggiante attraversa dei campi abbandonati, usati per la pastorizia, continua in leggera discesa e segue il dirupo che sovrasta la strada bianca poderale sottostante fino ad arrivare ad uno scalandrino su una recinzione di chiusura di un fondo necessario per animali liberi al pascolo. Superare la recinzione; un piccolo tratto del sentiero richiede una maggiore attenzione a causa dell’esposizione più evidente, proseguire sempre su campi abbandonati con leggeri sali-scendi poi in discesa fino ad un bivio con una strada bianca carrozzabile. Seguire a sx questa strada trascurando alcune piccole deviazioni che portano ai poderi circostanti fino ad arrivare nei pressi del punto di partenza, girare e concludere così il sentiero ad anello. [Fonte: il portale "Maremma Riserva di Natura"]


Riserva Naturale Bosco SS. Trinità - Provincia di Grosseto | Mappa | La superficie della Riserva è circa 37 ettari. Rientra nel S.I.C. 119 " Alto corso del Fiume Fiora". Altitudine fra i 600 e 720 metri s.l.m. (versante ovest Monte Calvo). All’interno è presente anche un Convento Francescano di notevole importanza storica.
Il sentiero ad anello inizia da un’antica fonte (punto1), posta nei pressi del Convento della SS.Trinita, con parcheggio per poche auto, raggiungibile dal bivio sulla strada provinciale che collega Santa Fiora con Castellazzara con indicazione turistica sul luogo. Consigliamo di percorrere l’anello in senso antiorario, quindi con le spalle alla fonte proseguire in avanti su una vecchia strada, che in leggera salita si inoltra in un bosco di alberi secolari, tra cui faggi ed abeti, fino ad arrivare ad un cippo in muratura con una croce in ferro, appena passato girare subito a sx ed entrare in un bosco recintato da un muro e seguire un sentiero ben evidente, in alcuni punti delimitato da una staccionata, che inizialmente in piano poi in leggera discesa conduce ad un bivio; girare a dx in leggera salita, il sentiero forma un tornante e arriva nelle vicinanze del muro di cinta, prosegue poi in discesa fino ad arrivare sulla strada asfaltata nelle immediate vicinanze del bivio sulla provinciale (punto 2). Arrivati sul bivio seguire a sx in direzione di Santa Fiora, dopo pochi metri girare a sx su una strada sterrata che in leggera discesa si inoltra nel bosco seguendo in adiacenza un piccolo torrente con cascatelle ed uno stagno artificiale per l’abbeveraggio degli animali al pascolo. Trascurando deviazioni proseguire fino ad arrivare nei pressi di alcune case abitate e deviare a sx, oltrepassata l’ultima casa si incontra un bivio, seguire sulla sx, in leggera salita tra vecchi castagni trascurando piccole deviazioni, fino ad arrivare sulla strada asfaltata proprio nelle vicinanze dell’antica fonte dove si conclude il sentiero ad anello. Se necessario il sentiero può essere accorciato se nel punto 2 con arrivo sulla strada asfaltata giriamo a sx ritornando al punto di partenza presso l’antica fonte. [Fonte: il portale "Maremma Riserva di Natura"]

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