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Abbazia di San Galgano


   
   

Nel tratto di Toscana tra Siena e Massa Marittima si trovano gli spettacolari resti dell'Abbazia di San Galgano, sede di uno dei più importanti monasteri toscani.
L’Eremo di Montesiepi e gli imponenti ruderi dell’Abbazia di San Galgano in Valdimerse costituiscono senz’altro il più importante complesso religioso-monumentale del territorio del Comune di Chiusdino e più in ge-nerale dell’intero territorio senese, ed uno dei più rilevanti esempi dell’architettura romanica e gotico-cistercense in Italia.
Sapientemente conservato l’Eremo di Montesiepi sovrasta lo scheletro dell’Abbazia: un angolo di terra solitaria e silenziosa, affascinante e rac-colta. L’Eremo sorge sulla sommità di una collinetta folta di querce, culla dove il giovane cavaliere di Chiusdino Galgano di Guidotto si ritirò a vita eremitica nel dicembre del 1180 e dove morì l’anno successivo.

Abbazia di San Galgano

Il sito è costituito dall'eremo (detto "Rotonda di Montesiepi") e dalla grande abbazia, ora completamente in rovina e ridotta alle sole mura, meta di flusso turistico. La mancanza del tetto - che evidenzia l'articolazione della struttura architettonica - accomuna in questo l'abbazia a quelle di Melrose e di Kelso in Scozia, di Tintern in Galles, di Cashel in Irlanda e di Eldena in Germania e il Convento do Carmo a Lisbona.

Di san Galgano, titolare del luogo che si festeggia il 3 dicembre, si sa che morì nel 1181 e che, convertitosi dopo una giovinezza disordinata, si ritirò a vita eremitica per darsi alla penitenza, con la stessa intensità con cui si era prima dato alla dissolutezza.
Il momento culminante della conversione, avvenne nel giorno di Natale del 1180[1], quando Galgano, giunto sul colle di Montesiepi, infisse nel terreno la sua spada, allo scopo di trasformare l'arma in una croce; in effetti nella Rotonda c'è un masso dalle cui fessure spuntano un'elsa e un segmento di una spada corrosa dagli anni e dalla ruggine, ora protetto da una teca di plexiglas. L'evidente eco del mito arturiano non ha mancato di sollevare curiosità e, ovviamente, qualche ipotesi ardita su possibili relazioni fra la mitologia della Tavola Rotonda e la storia del santo chiusdinese.


   
   


La chiesa rispetta perfettamente i canoni della abbazie cistercensi; tali canoni erano stabiliti dalla regola di San Bernardo e prevedevano nome precise per quanto riguarda la localizzazione, lo sviluppo planimetrico e lo schema distributivo degli edifici.
La abbazie dovevano sorgere lungo le più importanti vie di comunicazione (in questo caso la via Maremmana) per render più agevoli le comunicazioni con la casa madre[2]; inoltre in genere erano poste vicino a fiumi (qui la Merse) per poterne sfruttare la forza idraulica; e infine in luoghi boscosi o paludosi per poterli bonificare e poi sfruttarne il terreno per coltivazioni[2]. Dal punto di vista architettonico gli edifici dovevano essere caratterizzati di una notevole sobrietà formale.

Esterno

La chiesa è perfettamente orientata, cioè ha l'abside volta ad est, ed ha una facciata a doppio spiovente che dall'esterno fa capire la divisione spaziale interna, in questo caso a tre navate. Nella parte inferiore della facciata vi sono quattro semicolonne addossate a lesene che avevano il compito di sostenere un portico, peraltro mai realizzato; l'ingresso all'aula liturgica è affidato a tre portali con arco a tutto sesto ed estradosso a sesto acuto, oggi chiusi da inferriate. Il portale maggiore è decorato con un fregio in cui sono scolpite delle figure fitomorfe a foglie di acanto. Nella parte superiore della facciata, forse rimasta incompiuta, sono collocate due finestre a sesto acuto; la parte terminale è stata reintegrata all'inizio del XX secolo con laterizi.
Le fiancate laterali permettono una completa lettura delle caratteristiche salienti dell'edificio. Nella parte inferiore, per tutta l'altezza delle navate laterali, vi sono aperture realizzare con monofore strombate con arco a tutto sesto mentre nella parte superiore, corrispondenti alle pareti della navata centrale, sono presenti delle grandi bifore, tranne che nelle due ultime campate vicino al transetto, dove le bifore sono sostituite da monofore ad arco a tutto sesto sovrastate da un oculo; tutte le colonnette di divisione delle bifore sono andate perdute, ad eccezione di una finestra posta sul fianco destro.
Nel fianco sinistro, caratterizzato dall'assoluta omogeneità e accuratezza costruttiva del paramento murario, risulta notevole il prospetto del transetto, che mostra elementi architettonici di grande rilievo come la trifora, il contrafforte di sinistra aperto da piccole feritoie e al cui interno è posta una piccola scala a chiocciola e il portale che immetteva nel cimitero. Il cimitero era posto lungo questa fiancata e il suo limite era costituito dalla cappella del XIII secolo[7] costruita in mattoni che è ancora presente.
Massima opera architettonica è l'abside, la prima parte della chiesa che vedeva chi arrivava dalla via Maremmana[11]. Si presenta racchiusa tra due contrafforti e mostra due ordini di aperture di tre monofore ad arco a sesto acuto; in alto è conclusa da un grande oculo sopra il quale ve ne è uno più piccolo; entrambe le cornici di questi oculi sono riccamente decorate. Lo stesso motivo della monofora sovrastata da un oculo si ritrova nel prospetto laterale del transetto; due di questi oculi, uno visibile dalla parte posteriore e uno dalla fiancata destra, mostrano ancora la decorazione originale. Nella parte sinistra dell'abside si trovano una porta e una monofora. Questo è quanto rimane del campanile crollato nel 1786, Va detto che nelle abbazie cistercensi la presenza della torre campanaria era un fatto assolutamente eccezionale[12].
Sulla fiancata destra si sviluppava il chiostro, attorno al quale ruotava tutta la vita dell'abbazia. Il chiostro risultava completamente distrutto già nel XVIII secolo, ma durante i restauri degli anni venti si decise di ricostruirne, con i materiali originari, almeno una piccola parte, composta da arcate con colonne binate che permettono di intuire la notevole bellezza originaria. Nella fiancata destra si possono ancora notare le mensole su cui si appoggiava la struttura portante del portico.

Interno



L'interno della chiesa si presenta privo della copertura e del pavimento, sostituito da terra battuta che in primavera si trasforma in un manto erboso.
La chiesa ha una pianta a croce latina di 69 metri di lunghezza per 21 di larghezza[12] ed è conclusa con un ampio transetto. Lo spazio interno è diviso longitudinalmente in tre navate di 16 campate di pilastri cruciformi[12].
Il transetto è suddiviso in tre navate, con quella orientale trasformata in quattro cappelle rettangolari poste due a due laterali a quella maggiore, la quale presenta una semplice abside rettangolare. Sia le cappelle che le campate minori del transetto mostrano ancora l'originaria copertura con volte a crociera poggianti su costoloni. In queste cappelle venivano effettuate delle funzioni liturgiche: a testimonianza di ciò nelle pareti sono visibili due nicchie, la minore usata per custodire le ampolle e la maggiore come lavabo quella più grande[12]. Nella parete di fondo del transetto sinistro vi sono due porte: una dà accesso alla scala a chiocciola che conduceva nel sottotetto e l'altra al cimitero. Nella parete di fondo del transetto destro si trova la porta che dava accesso alla sagrestia e una apertura posta in alto sulla destra grazie alla quale i monaci, usando una scala in legno, potevano accedere direttamente alla chiesa dal dormitorio per svolgere le funzioni notturne e mattutine[12]. Il campanile si trovava in corrispondenza della prima cappella del transetto di destra.
Il transetto e le prime due campate del braccio longitudinale erano la zona riservata ai monaci; all'altezza della seconda campata di destra nel 1288 venne costruito un altare eliminando la base della semicolonna mentre la parte superiore venne ornata con una calotta decorata a figure fitoformi. Notevoli nella navate centrale sono gli archi a sesto acuto a doppia ghiera, le semicolonne da cui partivano le volte che coprivano le navate, la doppia cornice sopra le arcate e le decorazioni floreali sui capitelli. Tra i capitelli il più interessante è quello del primo pilastro di sinistra decorato con una figura antropomorfa, che potrebbe anche raffigurare l'ultimo architetto della chiesa, Ugolino di Maffeo[10].
Sulla parete di destra all'altezza dell'ultima campata vi è un portale che originariamente dava accesso al chiostro e che attualmente costituisce l'ingresso principale alla chiesa.

Cloistro e sacrestia

Del chiostro è visibile solo il lato orientale, allineato con il transetto sud: già nel XVIII secolo era completamente distrutto e gli attuali resti risalgono agli anni venti, quando fu deciso di ricostruire alcune arcate con colonne binate utilizzando i materiali originari [13]. La sacrestia è posta al piano terreno ed è il primo ambiente che si trova venendo da sinistra. La sacrestia è coperta con due grandi volte a crociera e in questa sala sono ancora visibili tracce di affreschi dell'originaria decorazione pittorica. Attraverso una porta con arco a sesto acuto si accede all'archivio, il cui l'interno è coperto con volta a crociera.

Sala capitolare

Vi si accede da un portale con arco a sesto acuto. La sala capitolare era uno degli ambienti più importanti dell'abbazia in quanto vi si riuniva il capitolo dei monaci per deliberare gli atti che riguardavano il governo della comunità. Si tratta di un ambiente molto vasto, diviso in sei campate da colonne abbastanza basse che sorreggono altrettante volte a crociera. Traeva l'illuminazione da due grandi bifore con colonne binate aperte sul chiostro e da tre piccole monofore con arco a tutto sesto poste sulla parete di fondo.

Altri ambienti del complesso

Dalla sala capitolare si accede ad un ambiente che è stato identificato come il parlatorio. All'estremità meridionale del piano terreno si trovava lo scriptorium, dove i monaci copiavano i manoscritti. È un ambiente molto vasto, diviso in due navate da cinque pilastri cruciformi che sorreggono delle volte a crociera con decorazioni a girali.
Al piano superiore si trovava il dormitorio dei monaci, suddiviso in celle, e una cappella.
Il resto del complesso oggi è scomparso. Nel lato opposto alla chiesa probabilmente si trovavano il refettorio, le cucine, il focolare, i vari annessi e le latrine. Il quarto lato del chiostro era occupato dalla dispensa, dai magazzini e dai locali destinati ai conversi, che la regola imponeva fossero distinti da quelli dei monaci. Dietro il cimitero e l'abside della chiesa si trovavano le infermerie dei laici, che erano separate soprattutto per motivi igienici.

 

L'eremo di Montesiepi, sinopia



La Cappella di San Galgano a Montesiepi

La cappella di San Galgano a Montesiepi fu costruita sul luogo dove il nobile cavaliere Galgano Guidotti si ritirò e visse da eremita fino alla morte, nel 1181. Il primitivo edificio era già completato nel 1185[14]. Nel XIV secolo la cappella venne ingrandita tramite la realizzazione dell'atrio e della cappella laterali[1]. Nello stesso periodo venne aggiunta anche la parte superiore esterna del tamburo e il campanile a vela formato da due monofore sovrapposte.
Nel XVII secolo sopra al tetto venne realizzata la lanterna cieca[14] e alla fine del XVIII secolo venne costruita sulla destra della cappella la casa canonica e gli edifici ad uso agricolo.
Nel 1924 venne restaurata e nel 1974 il restauro si estese agli edifici attigui[14].
La piccola cappella è postuma al resto della Rotonda essendo realizzata (e malamente legata alla Rotonda) solo nel 1340 per volere di Vanni dei Salimbeni. Ad affrescarla fu chiamato Ambrogio Lorenzetti.

 

L'esterno della cappella presenta, nella parte inferiore, un paramento murario realizzato con bozze di travertino disposte a filaretto e nella parte superiore un paramento murario bicromo a fasce bianche (travertino) e rosse (mattoni), motivo che si ritrova anche nelle cornici delle monofore. La facciata del pronao è dominata da un'apertura con arco a tutto sesto nel quale viene ripetuto il motivo della bicromia; al disopra è collocato uno stemma mediceo e al culmine della facciata si trova un cornicione decorato con sculture antropomorfe (3 teste umane), zoomorfe (una testa bovina) e fitomorfi (una foglia), sculture riferibili al primo nucleo dell'edificio[15].
Nell'impianto si inserisce anche una piccola abside semicircolare.

L'interno è molto suggestivo e presenta un basamento circolare in pietra e la copertura è stata realizzata mediante una volta emisferica ad anelli concentrici in bicromia (cotto e travertino). Questo tipo di realizzazione è riferibile all'ambito del romanico pisano-lucchese[15] che qui mostra una delle prime manifestazioni in terra senese. La copertura ricorda quella delle tombe etrusche a tholos[15].
La parete circolare è aperta da quattro monofore asimmetriche a doppia strombatura. Dalla parte opposta all'ingresso si apre il volume semicircolare dell'abside.
Al centro si trova il celebre masso nel quale è inserita la spada di San Galgano.

Cappella interna, la Cappella del Lorenzetti | Storie della Vergine

Sulla parte sinistra, rispetto all'ingresso, si trova una cappella dalla pianta rettangolare coperta con una volta a crociera; tale cappella è stata realizzata all'inizio del Trecento e affrescata tra il 1334 e il 1336 da Ambrogio Lorenzetti. Gli affreschi si presentano molto deteriorati, anche se nel 1967[16] sono stati prima staccati per restaurarli e poi ricollocati nella loro sede insieme alle rispettive sinopie venute in luce durante i lavori.
Alla sinistra notiamo episodi della vista di Galgano e in basso la reliquia delle mani strappate dai lupi ad uno dei tre invidiosi che spezzò la spada del santo durante il suo viaggio a Roma, spada che nelle sue mani poi si ricompose miracolosamente.
Alla parete di fondo si trova raffigurata la Maestà. In tale raffigurazione si vede in basso Eva sulle cui spalle si trova una pelle di capra (a simboleggiare la lussuria) mentre con una mano sorregge un fico (simbolo del peccato) e con l'altra mostra un cartiglio dove viene spigata la morale della scena. La Madonna nella prima raffigurazione aveva nella mano sinistra uno scettro e sulla destra, invece del bambino, un globo (simbolo di potere generalmente riferito ad uomini)[17]. Grazie ai restauri si è potuto appurare che questa primitiva e audace versione venne cancellata dal Lorenzetti e sostituita dall'attuale, molto più tradizionale.
Sulla stessa parete, in basso, si trova un affresco raffigurazione l'Annunciazione con al centro la finestra (vera) della cappella usata dal Lorenzetti quale elemento della raffigurazione. Nella parete sinistra, in alto affresco con Galgano circondato da Santi e Angeli offre un modello della roccia dov'è infissa la spada e nella parte inferiore Veduta di città con figure alate. Nella parete di destra, in altro sinopia di Santi e Angeli (l'affresco è andato parzialmente perduto) e nella volta tondi con raffiguranti dei Profeti.

 

 

L'eremo di Montesiepi (the Hermitage of Montesiepi)

 

Ambrogio Lorenzetti, Annunciazione

 

Ambrogio Lorenzetti, Galgano circondato da Santi e Angeli, Oratorio dif San Galgano

 
   
Ambrogio Lorenzetti, Storie della Vergine, Maësta




Storia


Per volontà del vescovo di Volterra Ugo Saladini[2] nel luogo della morte di San Galgano fu edificata una cappella terminata intorno al 1185[3]. Il vescovo a lui succeduto, Ildebrando Pannocchieschi, promosse invece la costruzione di un vero e proprio monastero[4]. Negli ultimi anni della sua vita Galgano era entrato in contatto con i Cistercensi e furono proprio loro ad essere chiamati a fondar la prima comunità di monaci che risulta già attiva nel 1201[4]; a quel tempo la chiesa di Montesiepi risultava come una filiazione dell'abbazia di Casamari[5].
Sotto l'impulso di questo primitivo nucleo monastico, ai quali si erano uniti molti nobili senesi e alcuni monaci provenienti direttamente dall'abbazia di Clairvaux[6] nel 1218 si iniziarono i lavori di costruzione dell'abbazia nella sottostante piana della Merse. Il progettista sembra sia stato donnus Johannes[6] che l'anno precedente aveva portato a termine i lavori nell'abbazia di Casamari.
I lavori andarono avanti speditamente, tanto che già nel 1227 sono testimoniate una chiesa superiore (Montesiepi) e una inferiore[6]. Nel 1228 una delle infermerie era stata completata e l'anno successivo terminarono i lavori di costruzione della cella abbaziale[6]. A dare l'impulso ai lavori fu soprattutto l'enorme patrimonio fondiario che i monaci erano risusciti ad accumulare, grazie a donazioni e lasciti e anche grazie a numerose concessioni ecclesiastiche che permise loro di entrare in possesso dei beni delle abbazie benedettine dei dintorni[4], tanto che alla metà del XIII secolo l'abbazia di San Galgano era la più potente fondazione cistercense in Toscana. Essa fu inoltre protetta e generosamente beneficiata dagli imperatori Enrico VI, Ottone IV[4] e dallo stesso Federico II, che confermarono sempre i privilegi concessi aggiungendone via via degli altri, ivi compreso il diritto di monetazione. Il papa Innocenzo III esentò l'abbazia dalla decima.
Nel 1262 i lavori erano quasi completati e nel 1288 venne consacrata[7]. La grande ricchezza dell'abbazia portò i suoi monaci ad assumere una notevole importanza economica e culturale tanto da spingere la Repubblica di Siena a stringere stretti legami con la comunità[8] . Già nel 1257 il monaco Ugo era stato nominato camerlengo di Biccherna[8], cioè responsabile dell'erario della Repubblica. Il monaco Ugo fu solo il primo di tutta una serie di monaci di San Galgano che occuparono quella carica. Ma i rapporti non furono solo economici. La Repubblica dette infatti ai monaci il compito di studiare un acquedotto che dalla valle della Merse dovesse portare l'acqua a Siena e inoltre i monaci furono tra i primi operai della cattedrale senese[5]; tra gli operai va segnalato frate Melano che nel 1266 stipulò il contratto con Nicola Pisano per la realizzazione del celebre pulpito della cattedrale[8]. Anche nel territorio circostante i monaci fecero degli interventi: dettero inizio ai lavori di prosciugamento e bonifica delle paludi circostanti e regimentarono il corso della Merse per sfruttarne l'energia idraulica; il monastero infatti possedeva un mulino, una gualchiera per la lavorazione dei panni e una ferriera[8].
Nel XIV secolo la situazione iniziò a peggiorare: prima la carestia del 1328 poi la peste del 1348, che vide i monaci duramente colpiti dal morbo, portò all'arresto dello sviluppo del cenobio[8]. Nella seconda metà del secolo l'abbazia, come tutto il contado senese, venne più volte saccheggiata dalla compagnie di ventura, tra le quali per ben due volte da quelle di Giovanni Acuto[5], che scorrazzavano per il territorio. Tali vicende portarono ad una profonda crisi nella comunità monastica, tanto che alla fine del secolo essa si era ridotta a sole otto persone[8].
La crisi continuò anche nel XV secolo. Nel 1474 i monaci fecero edificare a Siena il cosiddetto Palazzo di San Galgano e vi si trasferirono, abbandonando il monastero[8]. Il patrimonio fondiario rimaneva tuttavia intatto e tale da scatenare una contesa tra la Repubblica di Siena ed il Papato. Nel giugno del 1506 papa Giulio II scagliò l'interdetto contro Siena perché aveva contrapposto il cardinale di Recanati al candidato papale Francesco da Narni per l'assegnazione dei benefici abbaziali. In questo contrasto politico, la Repubblica di Siena, guidata da Pandolfo Petrucci, resistette ordinando ai sacerdoti la celebrazione regolare di tutte le funzioni liturgiche.
Nel 1503 l'abbazia venne affidata ad un abate commendatario[8], una scelta che accelerò la decadenza e la rovina di tutto il complesso. Il governo degli abati commendatari si rivelò scellerato, tanto che uno di loro, alla metà del secolo, fece rimuovere per poi vendere la copertura in piombo del tetto della chiesa[9]: a quel punto le strutture deperirono rapidamente. Risulta da una relazione fatta nel 1576 che abitasse presso il monastero un solo monaco, che neanche portava l'abito di frate[9], che le vetriate dei finestroni era tutte distrutte, che le volte delle navate erano crollate in molti punti e che, presso il cimitero, rimanevano solo parte delle rovine delle infermerie, demolite all'inizio del Cinquecento. Nel 1577 furono avviati dei lavori di restauro[7], ma furono interventi inutili che non riuscirono minimamente ad arrestate il progressivo degrado. Nella relazione fatta nel 1662 si legge che "La chiesa non può essere tenuta in peggior grado di quello che si trova e vi piove da tutte le parti"[9].
Nella prima metà del Settecento il complesso risultava ormai crollato in più parti e quelle ancora in piedi lo erano ancora per poco. Infatti nel 1781 crollò quanto rimaneva delle volte[3] e nel 1786, dopo che un fulmine lo aveva colpito, crollò anche il campanile[7]; si salvò la campana maggiore, opera del Trecento, ma per poco, infatti pochi anni dopo venne fusa e venduta come bronzo. Negli anni seguenti l'abbazia venne trasformata addirittura in una fonderia, fino a che nel 1789 la chiesa fu definitivamente sconsacrata e abbandonata[9]. I locali del monastero invece diventarono la sede di una fattoria e vennero parzialmente restaurati già nei primi decenni del XIX secolo[5].
Verso la fine dell'Ottocento l'interesse verso il monumento riprese. Si iniziò ad ipotizzare il restauro, si fece un rilievo delle strutture architettoniche e tutto l'edificio fu al centro di un corposo studio storico al quale si accompagnò una campagna fotografica eseguita dai Fratelli Alinari di Firenze[9].
Nel 1926 si iniziò il restauro eseguito con metodo conservativo[9], senza realizzare ricostruzioni arbitrarie o integrazioni: si decise semplicemente di consolidare quanto rimaneva del monastero.

 

Guarda l'abbazia nella scena finale del film di Tarkovskij Nostalghia (1983)

Filmin Toscana | Nostalghia


Scena finale del film di Tarkovskij, Nostalghia

 


La Val di Merse

La Val di Merse si estende nella parte sud-occidentale della Provincia di Siena, incuneandosi tra le prime propaggini nord-orientali delle Colline Metallifere lungo il corso dell'omonimo fiume e interessando i territori comunali di Monticiano, Chiusdino, Murlo e Sovicille.
Il territorio della Val di Merse è ricco di chiese e monasteri; presenza dovuta alla straordinaria frammentazione degli insediamenti abitativi, piccole comunità che si riunivano attorno alla parrocchiale o alla pieve, come nel caso della pieve romanica di Ponte allo Spino o del paesino di Rosia, con la chiesa antica al centro; notevole anche la presenza di imponenti insediamenti monastici, come nel caso della bellissima abbazia di Torri.
Anche i castelli rappresentavano importanti punti di riferimento per gli abitanti del posto. Castelli antichi, posti al centro dei feudi delle maggiori famiglie della zona, Aldobrandeschi, Della Gherardesca, Pannocchieschi. Castelli che, ancora oggi, si mostrano come veri e propri complessi fortificati, a guardia delle strade e delle principali vie di comunicazione, dei quali sono esempio Montarrenti, Frosini, Tocchi o la stessa Orgia.[18]

Chiusdino

   

Tra le Colline Metallifere, la Montagnola Senese, e la Val di Farma, a sud-ovest di Siena, si trova il territorio di Chiusdino. La posizione e la struttura del castello medievale fortificato evidenziano una chiara strategia difensiva.
Nel paese si trovano la chiesa di San Martino detta “fuori le mura”, la Prepositura di S. Michele, attigua alla Casa natale di San Galgano, e la chiesa della Compagnia di San Galgano con un interessante bassorilievo (1466) raffigurante San Galgano che conficca la spada nella roccia. E’ nel comune di Chiusdino che sorgono l’abbazia cistercense di San Galgano e l’eremo di Monte Siepi.

Il paese presenta ancora intatte molte delle sue caratteristiche e delle sue strutture medievali, soprattutto nel rione del Portino e in quello delle Buche. Il Portino, al colmo del paese, è la parte originaria di esso. Lì, in posizione dominante, si trova la Propositura di San Michele, al cui interno è custodita la Testa di San Galgano, il cavaliere-eremita nato a Chiusdino intorno al 1148 e morto sul colle di Montesiepi, che aveva scelto quale suo romitorio, nel 1181.

Chiusdino sorge in un territorio dove si alternano verdi pianure e dolci colline ricoperte da fitti boschi.
Benché i suoi dintorni presentino segni di insediamenti etruschi (la Necropoli di Papena), Chiusdino dichiara fin dal suo stesso nome un’antica origine longobarda. L’antico borgo fu sottoposto al dominio dei Vescovi di Volterra e in seguito, nel XIII secolo, al Comune di Siena.

Monumenti e luoghi di interesse

A Chiusdino inoltre, si può ammirare la Prepositura di San Michele, la Chiesa di San Sebastiano, nota come Chiesa della “Compagnia”, la casa natale di San Galgano, un edificio in stile romanico, il castello di Miranduolo, risalente all’XI secolo, e il castello di Montalcinello. Numerosi sono anche i palazzi, come il medievale Palazzo Mori, i cinquecenteschi Palazzi Lenzi-Novellini e Taddei, e il settecentesco Palazzo Pometti.

La Propositura di San Michele, al cui interno è custodita la Testa di San Galgano, il cavaliere-eremita nato a Chiusdino intorno al 1148 e morto sul colle di Montesiepi, che aveva scelto quale suo romitorio, nel 1181.
Vicino alla Propositura, la quattrocentesca Chiesa di San Sebastiano, meglio conosciuta come la Chiesa della Compagnia, e la ben più antica Casa Natale di San Galgano, un tozzo e possente edificio di gusto tutto romanico. Fuori dalla primitiva cinta muraria e presso la porta che in essa si apre si trova la ex-Pieve di San Martino.


Storia di Chiusdino

In provincia di Siena, a poco più di trenta chilometri a sud-ovest della città, sulla direttrice viaria per Massa Marittima, su uno dei cocuzzoli delle Colline Metallifere, lontano da importanti vie di comunicazione, il territorio chiusdinese risulta interessato da un processo di antropizzazione precoce, che si fece costante e si incrementò soprattutto a partire dall'Alto medioevo.
L'origine del capoluogo, Chiusdino, è remota e forse va collocata durante la dominazione longobarda in Toscana: i Longobardi penetrarono in Italia, fra il 568 ed il 569, riuscendo in poco tempo a strappare all'Impero romano d'Oriente tutte le province a nord del Po; a partire dal 572 essi occuparono i territori occidentali della Toscana compresi tra i fiumi Cecina ed Ombrone, più o meno la zona delle Colline Metallifere. L'installazione dei Longobardi nel territorio di Chiusdino e la fondazione del paese risale presumibilmente ad un periodo di poco successivo, nell'ambito della nuova definizione amministrativa che essi diedero ai territori conquistati, in particolare della costituzione di unità militari dette Arimannie, e della fondazione di fortificazioni chiamate clusae o clausurae, per il controllo dei passi e la riscossione dei dazi.
A testimonianza della sua origine longobarda, rimangono a Chiusdino il suo stesso nome, in latino Cluslinum, che deriva da clusa, ed il titolo della chiesa matrice: san Michele Arcangelo, frequente negli insediamenti longobardi.
Con la conquista del Regnum Langobardorum compiuta da Carlo Magno nel 773 ed il nuovo assetto da lui conferito alla Toscana con la creazione dei comitati, più o meno corrispondenti alle circoscrizioni ecclesiastiche, e dei conti, il castello di Chiusdino, situato all'interno dell'ampia diocesi di Volterra, venne a trovarsi nel comitatus istituito in quella città.
Fino all'XI secolo, l'insediamento di Chiusdino poteva ricondursi al suo nucleo centrale, sulla sommità della collina, chiuso da una cinta muraria dal perimetro piuttosto breve, sulla quale si apriva una porta ancor oggi conservata. In tale spazio si possono ancora osservare resti di murature non sempre regolari, a grandi bozze sommariamente squadrate. All'interno di tale cinta, la chiesa di San Michele Arcangelo e presso la porta del castello la chiesa di San Martino. Il castello era talmente esiguo da essere considerato strategicamente ininfluente, ma fra la fine dell'XI secolo e l'inizio del XII secolo, forse a seguito dello sviluppo dell'agricoltura impresso a quelle terre dalla presenza dell'abbazia di Serena o forse in relazione alla coltivazione delle miniere d'argento dei vicini castelli di Miranduolo e di Montieri, si ingrandì tanto da diventare motivo di contesa fra il vescovo di Volterra ed i conti della Gherardesca.

Comune di Chiusdino

Eventi

3 settembre - festa patronale della Madonna delle Grazie.
settembre - Sagra del Dolce Montalcinello.
3 dicembre - festa di San Galgano, cavaliere ed eremita, patronus minus principalis.
22 maggio - festa di Santa Rita da Cascia.
In data mobile, il Lunedì dell'Angelo, festa di San Galgano, nell'eremo di Montesiepi.
Primo fine settimana di agosto: Sagra del Ciaccino e torneo Palla Eh! a Ciciano

Montalcinello

Montalcinello
è una frazione di Chiusdino. Il suo nome, già Montalcino (Mons licinus) in Val di Merse, deriva dagli alberi di Leccio che sono presenti in gran quantità sulla collina dove sorge la frazione.
La struttura medievale del borgo è rimasta pressoché inalterata con le sue strade ("chioche") selciate. Il castello risulta invece rimaneggiato. Sulle mura di cinta del castello si aprivano tre porte: la Porta di Sopra, la Porta di Mezzo e la Porta di Sotto. Le mura avevano dei punti rialzati non più esistenti.
A Montalcinello è ubicata la Chiesa di San Magno che, già risalente a prima dell’anno 1000, deve la sua struttura attuale alla ricostruzione del 1290.
Ogni anno vi si svolge la "Festa del Dolce" che richiama nel vecchio borgo, oltre ai turisti, quanti, per un motivo o per un altro, hanno dovuto abbandonare il luogo di origine, producendo un graduale spopolamento della frazione.


Monticiano


Il territorio del comune Monticiano si trova sulle Colline Metallifere, sul versante destro della valle del fiume Merse.

Oltre alle quattro frazioni maggiori, si trovano nel territorio comunale di Monticiano altre piccole località, tra le quali è da ricordare soprattutto quella di Bagni di Petriolo, nota fin dall'età medievale per le proprietà curative delle acque sulfuree. Le terme sono ancora oggi meta di numerosissimi turisti che seguono lì cure termali o si bagnano nelle acque che fuoriescono nelle pozze libere all'aria aperta.

Storia

La sua comunità si originò come podesteria medievale e venne modificata nel XII e nel XIII secolo in seguito al suo infeudamento. Le prime notizie sul "castello di Monticiano" sono del 1189, quando era sottoposto alla giurisdizione del vescovo di Volterra, Ildebrando Pannocchieschi. Questa fu confermata nel 1224 dall'imperatore Federico II. Sul castello avanzava pretese anche Siena che, a causa dell'ospitalità data da Monticiano ai fuoriusciti ghibellini sconfitti nella battaglia di Benevento (1266), lo occupò con le armi e fece abbattere le mura e la rocca di Castelvecchio.
Nel 1554 Monticiano passa sotto il governo mediceo durante la guerra di Siena, che capitolerà nel 1555. Nel 1629 il Granduca Ferdinando II lo distacca e lo offre in feudo al conte Orso Pannocchieschi d'Elci. Nel 1749 la signoria dei Pannocchieschi termina ma questi rimangono però proprietari di grandi estensioni di terre.
In occasione del plebiscito del 1860, tutti i 723 votanti si dichiararono favorevoli all'unione con il Regno d'Italia.


 

Monticiano

 

Bagni di Petriolo

Pieve di Santa Maria Assunta a Tocchi

   

La pieve di Santa Maria Assunta è un edificio sacro che si trova a Tocchi, nel territorio comunale di Monticiano.
L'origine della chiesa risale all'XI secolo, ma l'attuale edificio fu costruito nel XVI secolo. L'edificio è un'austera costruzione a navata unica, con la facciata a capanna, intonacata, su cui si apre il portale sormontato da un arco a tutto sesto sovrastato da una finestra circolare. L'interno ha l'aspetto dovuto al restauro del 1911, con copertura a capriate, e pareti decorate a fasce bianche e nere; a quell'intervento si devono l'altare in stile neorinascimentale e il fonte battesimale. Vi è esposta una Madonna col Bambino della fine del XVII secolo, oggetto di grande devozione. In una stanza attigua alla chiesa furono scoperti frammenti di affreschi trecenteschi raffiguranti Santi, restaurati nel 1922.

Chiesa dei Santi Giusto e Clemente

   
Nel Giugno 1999, durante i lavori di restauro della parrocchia, il parroco don Domenico Poeta rilevò la presenza di affreschi del Quattrocento.

Del primo affresco restano intatte due delle quattro figure forse prima esistenti. La prima è San Sigismondo, ritratto con corona e aureola, un paio di eleganti stivaletti ai piedi, il bastone del comando nella mano destra e un globo (presumibilmente un mappamondo) nella sinistra. Sotto si può leggere, pur se solo in parte, la scritta Gisismundus Rex. Il culto di San Sigismondo si diffuse molto in Italia, perlopiù a Cremona e in Toscana, dove è raffigurato in molte opere (lo troviamo ritratto anche nella sagrestia della Pieve di Santa Maria Assunta a Tocchi). L’altro santo raffigurato è San Bernardino da Siena, ritratto su un emisfero di terre abitate con castelli e città divisi da corsi d’acqua, che veste un abito francescano e tiene in mano una tavola con il monogramma IHS. Un’iscrizione sotto l’affresco indica che questo fu eseguito nel 1453, nove anni dopo la morte del santo e tre dopo la sua canonizzazione. Sulla stessa parete spicca un altro affresco con l’immagine imponente di San Cristoforo.
Non sappiamo chi sia l’autore degli affreschi, ma pare accertato che appartenga alla scuola senese della prima metà del Quattrocento. Secondo alcuni critici l’affresco raffigurante San Cristoforo sarebbe anteriore agli altri e sarebbe stato realizzato dal Maestro dell’Osservanza, mentre per Alessandro Bagnoli gli affreschi sarebbero stati eseguiti tutti nella stessa epoca da un pittore vicino al Sassetta come Sano di Pietro.[13]


   
Sovicille

   
Il borgo di Sovicille, a circa 10 km ad ovest di Siena, fu fondato intorno all’anno Mille sull’antica via Maremmana che collegava l’entroterra senese con la costa tirrenica, al confine tra i possedimenti delle diocesi di Siena e di Volterra. Questa zona storicamente era già abitata dall’età della pietra, come testimoniano i reperti preistorici, ai quali si affiancano anche importanti ritrovamenti di epoca etrusca e romana; di particolare rilevanza la necropoli di Malignano. Da un punto di vista storico-artistico, il territorio di Sovicille si distingue per le numerosi pievi romaniche e abbazie, come quella di Ponte allo Spino e Santa Mustiola a Torri, con il suo prestigioso chiostro, e per le ville, come la seicentesca Cetinale progettata dall’architetto Carlo Fontana. Particolarmente noto è il mercatale, appuntamento mensile che riporta in città la tradizione enogastronomica in chiave ecostostenibile. A Orgia è possibile visitare il suggestivo Museo del Bosco, alla scoperta della memoria di una comunità che da sempre si identifica con le professioni legate al bosco.[19]
La Pieve di Ponte allo Spino è una delle più importanti e conservate testimonianze di romanico senese. Dovrebbe risalire alla seconda metà dell'XI secolo quando fu edificata una piccola chiesa con torre campanaria. La chiesa fu ricostruita nel secolo successivo dai vallombrosani stanziati a Torri. Ha un impianto a tre navate, ognuna con la propria abside e tiburio a pianta quadrata; le navate sono definite da due file di pilastri cruciformi. Esternamente il tiburio è decorato con arcatelle pensili che circoscrivono rombi e tondi. L'ampio portale, decorato con figura scolpite, arricchisce la semplice facciata a capanna. Il campanile, di gusto lombardo, è segnato da monofore e bifore. Sul lato destro della chiesa si vedono i suggestivi resti di un piccolo chiostro gotico..[19]


 

Sovicille, Pieve di Ponte allo Spino

Murlo

Antico centro etrusco, al confine naturale tra i boschi della Val di Merse e le Crete, il castello di Murlo fu fondato nel 1055, anno di donazione di alcuni territori della zona al vescovo di Siena, da parte dell’imperatore Carlo III. Si presenta come un piccolo borgo fortificato ancora protetto da possenti mura e dominato dalla sagoma del palazzo vescovile, oggi sede del Museo Archeologico, che ospita le sorprendenti testimonianze della reggia etrusca di Poggio Civitate. La pianta del castello, con la cinta muraria sovrastata da piccoli insediamenti residenziali, come appare oggi, testimonia le trasformazioni avvenute alla fine del Cinquecento, dopo la caduta della Repubblica di Siena. All’interno del castello si trova la chiesa di San Fortunato, di antiche origini (sec. XII), con un bel fonte battesimale e due tele di pittori senesi del XVII secolo, Astolfo Petrazzi e Dionisio Montorselli.[18]

Antiquarium di Poggio Civitate Museo Archeologico

Il museo è allestito all'interno dell'antico Palazzo Vescovile e della contigua palazzina nel suggestivo borgo di Murlo. Qui si custodiscono numerosi reperti archeologici provenienti dal territorio comunale tra i quali spiccano, oltre ai corredi della necropoli di Poggio Aguzzo (VII secolo a.C.), i materiali rinvenuti nel sito etrusco di Poggio Civitate, una delle più importanti scoperte per quanto riguarda il popolamento dell'Etruria settentrionale.

Orari di apertura
Martedì - Venerdì: 10.00 / 13.00 - 14.30 / 17.00
Sabato - Domenica: 10.00 / 13.00 - 14.30 / 18.00
Lunedì: chiuso


Radficondoli

La piccola ma suggestiva cittadina, dalla quale si gode un’imperdibile panorama che spazia sulla val di Cecina tra Siena e Pisa, si snoda attorno al corso e alla Sedice, la strada che spartisce il paese. Sorto attorno al Mille e posto prima sotto l’influenza dei vescovi di Volterra, quindi degli Aldobrandeschi, si sottomise infine al governo senese. Oltre all’antico tratto della cerchia muraria, spiccano la Collegiata e l’antica pieve romanica di San Simone, ma soprattutto l’atmosfera, raccolta e silenziosa, dei vicoli e dei palazzi storici. Alla vocazione rurale di questi luoghi si affianca il recente sfruttamento dell’energia geotermica che, fino a Larderello, costituisce un tratto distintivo del paesaggio, costellato di soffioni e sorgenti termali che hanno consentito un importante sviluppo economico e che costituiscono un significativo avamposto per la sperimentazione di energie alternative e rinnovabili.[18]

Il Ponte della Pia

Il Ponte della Pia è posizionato lungo la Statale 73, strada che da Siena si dirige verso Massa Marittima.
Il Ponte della Pia scavalca il torrente Rosia proprio al confine tra i comuni di Sovicille e di Chiusdino. La prima costruzione è di origine romana; fu poi ricostruito nel Medioevo, intorno all'anno Mille, per permettere di raggiungere l'eremo di Santa Lucia, situato a poca distanza, in una pittoresca gola della Montagnola Senese.

Da questo ponte, secondo la tradizione popolare, sarebbe passata la bella Pia, sposa infelice di Nello d'Inghiramo de' Pannocchieschi, per andare in sposa nel castello della Pietra, nei pressi di Gavorrano. L'evento è ricordato in un celebre canto del Purgatorio, nella Divina Commedia:

"Deh, quando tu sarai tornato al mondo / e riposato della lunga via, / seguitò il terzo spirito al secondo, / ricorditi di me, che son la Pia; / Siena mi fè, disfecemi Maremma:salsi colui che innanellata pria, /disposando, m'avea con la sua gemma".


La leggenda

 
Ai pochi fatti storici si sovrappongono decine di versioni sulla vicenda della Pia. Secondo le tesi più accreditate apparteneva alla famiglia Guastelloni di Siena, casato di nobili e banchieri. Rimase vedova nel 1290 di Baldo d’Aldobrandino dei Tolomei, da cui aveva avuto due figli. La tradizione dei matrimoni combinati la vide costretta a risposarsi a un nobile di un’altra importante famiglia: Nello dei Pannocchieschi. Allora i Pannocchieschi erano i potenti padroni di gran parte della Maremma. Nello d'Inghiramo era signore del castello della Pietra, maniero dove avvenne l'uccisione di Pia de' Tolomei. Le versioni sulla sua morte si dividono: alcune vogliono che ella non potesse dare eredi a Nello e per questo costui la fece eliminare da suoi sicari, altre invece raccontano che Nello si era invaghito di un'altra donna, Margherita degli Aldobrandeschi, di nobile dinastia. Lo spietato consorte avrebbe fatto precipitare la Pia dai bastioni del castel di Pietra cercando di far facendo passare il fatto come un incidente.
C'è stato tutto un fiorire di leggende attorno a questa triste storia: non mancano versioni con avvelenamenti, con il tradimento della Pia, con Nello geloso, con Nello pentito per aver creduto in un tradimento che non c'era stato, e cosi via. Difficilmente sapremo mai la verità.
A coronamento del mistero una leggenda vuole che sul nostro ponte appaia il fantasma della nobildonna: alcuni giurano di avervi visto nelle notti senza luna una figura immobile e tranquilla, circondata da un pallido chiarore, vestita di bianco con un velo a coprire il volto.
Non ci è dato di sapere cosa leghi così profondamente il fantasma della Pia a questo luogo, più che a quello della sua morte in Maremma.


I sentieri e le escursioni del Farma-Merse | Sentieri e Percorsi

1. Sentiero Iesa-Tocchi
2. Sentiero Iesa-Terme di Petriolo
3. Sentiero della Gola del Merse
4. Sentiero di San Galgano

Bell’itinerario segnato (in alcuni tratti fin troppo) alla portata di tutti e senza particolari difficoltà. Abbastanza in ombra, salvo nel tratto dal Fiume Merse fino all’abbazia e all’eremo e ritorno (in tutto circa 1Km) dove si percorrono alcuni campi.


5. Sentiero della Pietra
6. Sentiero Scalvaia-Valle del Farma
7. Sentiero Monticiano-Camerata



Val d'Orcia" tra Montalcino Pienza e San Quirico d’Orcia

 

Buenconvento

Massa Marittima


[1] Touring 2005, op. cit., pag.831
[2] Chiusdino e il suo territorio, op. cit., pag.88
[3] Repett 1833, op. cit., pag.14.
[4] Repetti 1833, op. cit., pag.13.
[5] Touring 2005, op. cit., pag.829.
[6] Chiusdino e il suo territorio, op. cit., pag.89
[7] Touring 2005, op. cit., pag.830.
[8] Chiusdino e il suo territorio, op. cit., pag.91
[9] Chiusdino e il suo territorio, op. cit., pag.93
[10] Chiusdino e il suo territorio, op. cit., pag.97
[11] Chiusdino e il suo territorio, op. cit., pag.94
[12] Chiusdino e il suo territorio, op. cit., pag.96
[13] Affreschi chiesa SS. Giusto e Clemente | www.ecomuseovaldimerse.org
[14] Chiusdino e il suo territorio, op. cit., pag.98
[15] Chiusdino e il suo territorio, op. cit., pag.100
[16] Chiusdino e il suo territorio, op. cit., pag.101
[17] Chiusdino e il suo territorio, op. cit., pag.102
[18] Fonte: Fondazione Musei Senesi | www.ecomuseovaldimerse.org
[19] Fondazione Musei Senesi | www.museisenesi.org

Fondazione Musei Senesi | In collaborazione con l'Unione dei Comuni della Val di Merse e i Comuni di Chiusdino, Monticiano, Murlo, Radicondoli, Sovicille | www.ecomuseovaldimerse.org

Il suggestivo sito dell'abbazia è stato utilizzato per ambientare i film Nostalghia di Andrej Tarkovskij (1983)[14], Il paziente inglese di Anthony Minghella (1996)[15], Paolo Barca, maestro elementare, praticamente nudista con Renato Pozzetto (1975)[16] e la scena finale del film Il riposo del guerriero di Roger Vadim (1962)[17].

Terrance Grace | Photographs of the San Galgano Abbey ruins

Bibliografia

Emanuele Repetti, Dizionario geografico, fisico, storico del Granducato di Toscana, Firenze, 1833-1846.

Emanuele Repetti, Dizionario corografico-universale dell'Italia sistematicamente suddiviso secondo l'attuale partizione politica d'ogni singolo stato italiano, Milano, Editore Civelli, 1855.

Attilio Zuccagni-Orlandini, Indicatore topografico della Toscana Granducale, Firenze, Tipografia Polverini, 1857.

Luigi del Moro, Atti per la conservazione dei monumenti della Toscana compiuti dal 1º luglio 1893 al 30 giugno 1894. relazione a S.E. il Ministro della Pubblica Istruzione, Firenze, Tipografia Minori corrigendi, 1895.

Luigi del Moro, Atti per la conservazione dei monumenti della Toscana compiuti dal 1º luglio 1894 al 30 giugno 1895. relazione a S.E. il Ministro della Pubblica Istruzione, Firenze, Tipografia Minori corrigendi, 1896.

Pietro Guidi, Rationes Decimarum Italiae. Tuscia. Le decime degli anni 1274-1280, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1932.

AA. VV., Toscana paese per paese, Firenze, Bonechi, 1980.

Albergo Vito– Vatti Renzo. La splendida storia dell’eremo e dell’Abbazia di San Galgano, Firenze 1985

Massimo Marini, Chiusdino. Il suo territorio e l'abbazia di San Galgano, Siena, Nuova Immagine editrice, 1995.

Franco Cardini, San Galgano e la spada nella roccia, Siena, Cantagalli, 1999.

Paul Pfister, La rotonda sul Montesiepi. San Galgano un santo insolito, Siena, Cantagalli, 2001.

Rosanna Rossi, Vita di San Galgano e origini di Montesiepi, Siena, Cantagalli, 2001.

Ivan Rainini, L'Abbazia di San Galgano. Studi di architettura monastica cistercense del territorio senese, Milano, Sinai edizioni, 2001.

Goffredo Viti, L'Abbazia cistercense di San Galgano, Firenze, Certosa Cultura, 2002.

AA. VV., Siena e San Galgano percorsi magici fra arte mito e scienza, Bologna, Hermatena, 2004.

AA. VV., La spada nella roccia. San Galgano e l'epopea eremitica di Montesiepi, Mandragora, 2004.

Mario Moiraghi, L'enigma di san Galgano. La spada nella roccia tra storia e mito, Milano, Editore Ancora, 2005.

AA. VV., Da Montesiepi a San Galgano, Nuovi Autori, 2005.

AA. VV., Toscana, Milano, Touring Club, 2005.





Case vacanza in Toscana | Podere Santa Pia

   

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Podere Santa Pia
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Chiusdino Comuni confinanti: Casole d'Elsa, Monticiano, Montieri (GR), Radicondoli, Roccastrada (GR), Sovicille

Nel suo territorio si trovano le frazioni di Frassini, Frosini, Palazzetto, Ciciano, dove si svolge ogni estate uno dei tornei di Palla eh! (detta anche Palla 21), un gioco affine al llargues spagnolo e diffuso nella zona delle Colline Metallifere toscane, nelle zone minerarie del Belgio, in Olanda, in Spagna, in Svezia, in Danimarca e in Francia.
Vi è poi Montalcinello dove ogni anno alla fine dell'estate c'è la Sagra del dolce [6], solitamente nel primo weekend di settembre; all'interno della sagra (conosciuta per l'ottimo reparto gastronomico oltre che per i suoi famosi dolci preparati nel paese) si tengono mostre, si organizzano gare di vari tipi accompagnati da gruppi musicali di vario genere e momenti culturali tematici.




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Podere Santa Pia (Aprile) a Castiglioncello Bandini