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Fra Filippo Lippi, Santo Stefano è nato e sostituito con un altro bambino (particolare), 1460, affresco, Duomo, Prato

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Filippo Lippi |
Storie di santo Stefano e san Giovanni Battista
   
   

La metà del Quattrocento segna un altro momento di grandi realizzazioni: nel 1452 viene inaugurata la terza Porta del Battistero, quella del 'Paradiso', e prendono il via due imprese pittoriche di grande rilievo, emblematiche dei livelli più alti raggiunti dalla pittura: gli affreschi di Filippo Lippi per il Coro di Santo Stefano a Prato (1452-65) e quelli dovuti a Piero della Francesca nell'abside della chiesa di San Francesco ad Arezzo (1452-62).[1]

Le Storie di Santo Stefano e San Giovanni Battista sono un ciclo di affreschi nella cappella Maggiore del Duomo di Prato, eseguiti da Filippo Lippi e aiuti tra il 1452 e il 1465. L'opera ha un ruolo centrale nella vicenda artistica del Lippi e nell'evoluzione dell'arte rinascimentale in generale.


La chiesa

La pieve di Santo Stefano fu costruita già nel XII secolo e arricchita con lavori di ampliamento che proseguirono nel secolo successivo anche ad opera del maestro Guidetto,marmorario del Duomo di Lucca. Il campanile, progettato dallo stesso Guidetto, fu realizzato nel Duecento e completato con l’ultimo ordine a trifore intorno al 1356. In quegli anni si completava anche il rifacimento del transetto, iniziato nel 1317. Tra il 1386 e il 1390 fu realizzata la Cappella della Sacra Cintola, importante reliquia legata alla Vergine, e sempre nel 1386 fu iniziata la costruzione dell’attuale facciata della chiesa, sovrapposta a quella più antica.
Nel 1428 venne decisa la realizzazione di un pulpito all’angolo della facciata del duomo, destinato all’ostensione della reliquia, impresa affidata a Donatello e Michelozzo e che rappresenta uno degli esempi più alti della collaborazione fra i due grandi scultori fiorentini: qui appare per la prima volta l’invenzione della danza dei putti, ripresa da modelli antichi, che Donatello ripeterà nella monumentale cantoria per il Duomo di Firenze.
Su tutti gli artisti che furono chiamati alla fabbrica della cattedrale, domina la personalità di Filippo Lippi [2], che fra il 1452 e il 1466, insieme con il suo aiuto Fra’ Diamante, lavorò in varie riprese alla decorazione della cappella maggiore con Storie di Santo Stefano e del Battista.

Storia

Il Preposto del Duomo di Prato Geminiano Inghirami era un personaggio influente dell'epoca, ben allacciato con personaggi importanti a Roma ed a Firenze. Quale umanista ed estimatore dell'arte più all'avanguardia nell'orizzonte fiorentino, commissionò spesso opere ad artisti rinascimentali e spesso riuscì a farli venire a lavorare a Prato, come Donatello e Michelozzo al pulpito esterno della cattedrale.

Quando si decise di decorare la cappella Maggiore del Duomo, decise di chiamare un artista dei migliori attivi sulla scena fiorentina, facendo recapitare, tramite l'arcivescovo Antonino Pierozzi una lettera al Beato Angelico, datata marzo 1452. Il pittore, allora monaco a San Domenico di Fiesole, si recò a Prato, ma probabilmente declinò per la troppa vastità dell'opera, essendo ormai il pittore piuttosto anziano e impegnato in altre commissioni. In seconda scelta si contattò Filippo Lippi, che accettò di buon grado l'offerta stabilendosi a Prato da quello stesso anno. Tra gli aiuti dell'artista ci fu Fra Diamante.
L'impresa impiegò ben quattordici anni, tra rimandi, attese e scandali, come quello che ebbe come protagonisti il pittore, che era ordinato frate, e una monaca del monastero di Santa Margherita, dove il Lippi era stato cappellano dal 1455 al 1456. La donna era Lucrezia Buti, che, dopo aver posato come modella, intrecciò una relazione con Fra Filippo, che vide la nascita di due bambini e la convivenza dei due in una casa a pochi passi del duomo pratese, in condizione di concubinato. L'evento provocò un grande scandalo, con la fuga dei due, e solo tramite l'intercessione di Cosimo de' Medici, Eugenio IV sciolse i voti dei due religiosi permettendo loro di sposarsi, cosa che il Lippi non volle mai acconsentire "per potere far di sé e dell'appetito suo come gli paresse", come scrisse il Vasari.
Gli affreschi vennero ultimati nel 1465 e l'anno successivo il Lippi partiva da Prato per Spoleto, dove sarebbe morto quattro anni dopo.
Il 13 ottobre 1993 gli affreschi vennero vandalizzati con un pennarello nero da uno psicopatico già protagonista di altri episodi simili. Nel 2001 è iniziato un'importante restauro dell'intero ciclo, terminato nel 2007. Durante i lavori la cappella venne coperta da un gigantesco pannello ligneo dipinto dall'artista contemporaneo Emilio Farina, mentre era possibile per i visitatori salire i ponteggi per vedere da vicino gli affreschi e i lavori.
Dopo la riapertura della Cappella (12 maggio 2007) si è predisposto un biglietto di ingresso per la visita degli affreschi.

 

 

 

     
 
   
   
Fra Filippo Lippi, St Stephen is Born and Replaced by Another Child (detail)

Descrizione e stile


Il ciclo di affreschi si dispiega sulle due pareti della cappella Maggiore, a sinistra (guardando dalla navata verso l'altare maggiore) con le Storie di Santo Stefano, titolare della chiesa e patrono di Prato, e a destra di San Giovanni Battista, protettore della vicina Firenze. Sulla parete di fondo, ai lati della vetrata pure disegnata dal Lippi, si trovano in alto due Santi entro nicchie dipinte e due scene complementari alle storie. In alto, negli spicchi della volta a crociera, sono raffigurati i quattro Evangelisti.
Le storie dei due santi si leggono come di consueto dall'alto verso il basso e hanno dei rimandi speculari le une nelle altre. Nelle due lunette si trovano infatti scene della nascita dei santi, nel registro centrale scene di commiato per intraprendere la vita religiosa e nel registro inferiore scene del martirio (sulla parete centrale) e della morte o delle esequie (sulle pareti laterali).

Le Storie di santo Stefano comprendono:

Rapimento di santo Stefano in fasce: la scena, ambientata in una casa sezionata della parete frontale, mostra un demone alato che scambia il futuro santo, nato in una famiglia benestante, con un piccolo diavolo dalle stesse sembianze. Il fanciullo, secondo la leggenda subì varie peripezie prima di essere affidato al vescovo Giuliano e nella parte destra dell'affresco, in paesaggio roccioso, si vede l'incontro tra il giovinetto e il vescovo.

Congedo di santo Stefano: mostra il santo che si congeda dal vescovo Giuliano per iniziare la sua missione in Cilicia

Lapidazione di santo Stefano (sulla parete centrale, in parte debordante sulla vicina parete sinistra, in modo da creare un effetto illusionisticamente tridimensionale)

Esequie di santo Stefano: ambientate in una basilica paleocristiana magnificamente scorciata, vi partecipano numerosi personaggi, nelle cui fattezze il pittore inserì vari ritratti di personaggi dell'epoca: Pio II vestito di rosso, Carlo di Cosimo de' Medici, dietro di esso, e lì accanto lo stesso autoritratto di Lippi.

Le Storie di san Giovanni Battista comprendono:

Nascita del Battista

Commiato dai geninori, Preghiera e Predicazione nel deserto

Decollazione del Battista (sulla parete centrale)

Banchetto di Erode, con la composta ed elegante danza di Salomè (forse Lucrezia Buti) e la presentazione della testa del Battista a Erodiade, che assiste fredda e impassibile.

Gli affreschi di Prato vennero ampiamente rifiniti a secco, per cui oggi molti dettagli sono poco più che aloni (ad esempio nel Banchetto di Erode sono spariti i vasi sulla destra e i commensali a sinistra). Il restauro ha cercato di salvare il salvabile fissando quanto rimasto.


Stile


 

 



Di concezione monumentale, le figure dominano le scene, avvolte in vaporosi panneggi e rese leggere dalla luminosità della pennellata e dall'assenza di contorni netti. Gli scorci profondi delle architetture accentuano il senso di movimento dell'azione Si inseriscono in scenografiche prospettive con più punti di fuga, che aumentano gli effetti dinamici delle composizioni. Le scene sono costruite soprattutto sulla scorrevolezza delle azioni e spesso comprendono più episodi. Il chiaroscuro è "avvolgente", cioè evita stacchi drammatici, evidenziando la dolce eleganza delle linee di contorno. I personaggi sono indagati nella loro verità umana piuttosto che come imperturbabili figure sacre, come dimostrano le toccanti scene di commiato. Di fondamentale importanza per gli artisti della generazione successiva fu lo stile di Lippi in queste opere, basato soprattutto sulla ricercatezza delle pose e sul predominio virtuosistico della linea di contorno. Queste caratteristiche divennero, nella seconda metà del secolo, il marchio di fabbrica del gusto fiorentino laurenziano, dominato da Sandro Botticelli.

 

Fra Filippo Lippi, Esequie di santo Stefano (particolare),1460, affresco, Duomo, Prato

 
   
   
[1] Se negli affreschi di Prato il Lippi tocca il vertice della sua maturità e sfoggia composizioni sapienti, impianti prospettici rigorosi, figure di delicata bellezza definite da una linea fluida e musicale e un colorismo che tocca le più raffinate gamme cromatiche, agli antipodi sono le creazioni di Piero. La piacevole visione narrativa del Lippi viene sostituita ad Arezzo da un'arte solenne e solitaria, la 'Leggenda della Vera Croce', un soggetto che pure si prestava a molte varianti narrative, si tiene lontana da ogni accenno di eleganza profana o di descrittivismo fine a se stesso. Sono visioni austere e solenni, chiuse in una razionalità estesa dallo sfondo prospettico alle figure, concepite anch'esse come solidi geometrici. I volumi sono modellati da una luce chiarissima, astratta ma non mistica come nell'Angelico, la geometria conferisce alle scene un senso di sospensione temporale, mentre la gamma coloristica è ridotta al minimo ma trova una finezza di accordi senza pari: ad esempio nell'incredibile varietà di sfumature dei suoi bianchi.
Il risultato è forse più vicino a Masaccio di quanto lo sia l'intera opera del Lippi ma questa radicalizzazione porta in sé i germi di uno spirito del tutto estraneo alla realtà dell'ambiente fiorentino, dove fra l'altro la borghesia ancora modesta e austera dei tempi di Cosimo sta per lasciare il posto alla corte elegante e raffinata di Piero il Gottoso e di suo figlio Lorenzo il Magnifico, al lusso ostenato, alla voglia dei nuovi ricchi di vedersi raffigurati sulle pareti di chiese e palazzi.
Non meraviglierà, quindi, la scarsa presenza di Piero a Firenze e, al contrario ,il successo della linea morbida e vivace di Fra Filippo: sulla sua strada continueranno con grande fortuna altri toscani come Benozzo Gozzoli (1420-97) e Domenico Ghirlandaio (1449-94), narratori sereni e festosi, come il Pesellino (1422-57) aiuto e seguace del Lippi, Cosimo Rosselli (1439-1507) e, infine, Sandro Botticelli (1445-1510). [Fonte: Restauro Filippo Lippi | www.restaurofilippolippi.it]
[2] Filippo Lippi Nato a Firenze nel 1406, Filippo Lippi fu uno degli artisti più significativi del Quattrocento. Prese i voti al Convento del Carmine a Firenze nel 1421 e qui poté assistere alla decorazione a fresco della cappella Brancacci – uno dei cicli più importanti dell’epoca - da parte di Masolino da Panicale e Masaccio. Quest’ultimo in particolare realizzò qui una delle più straordinarie pagine dell’arte italiana, rinnovando il linguaggio pittorico tradizionale ancora legato al gotico e introducendo, attraverso l’impostazione prospettica e i volumi solidamente costruiti delle figure, un nuovo concetto di spazio, di storia, di uomo. Fra Filippo riuscì a coniugare queste innovazioni con il linguaggio scultoreo di Donatello e con l’influsso della luminosità tipica delle opere fiamminghe che iniziavano a circolare in Italia. Era stimato “buon maestro” dai suoi contemporanei, ma la sua fama venne in parte oscurata dal giudizio morale del Vasari, che lo criticò aspramente per via della sua peccaminosa relazione con la monaca Lucrezia Buti, dalla quale nacque Filippino Lippi, anch’esso noto pittore. Filippo è documentato anche a Padova, dove lavorò dal 1434 presso la Basilica del Santo e sviluppò il suo stile in senso personale, con figure che si fecero nel tempo via via più delicate ed eleganti. Nel 1452 gli venne affidato dal Comune di Prato l’incarico per gli affreschi della Cappella Maggiore di Santo Stefano, completati tredici anni dopo, nel 1465, fra varie interruzioni. Nel 1466 l’Opera del Duomo di Spoleto gli commissionò gli affreschi con Storie della Vergine per la tribuna della Cattedrale, che Lippi iniziò nel 1467 e che vennero conclusi solo dopo la sua morte da collaboratori. Nell’affresco raffigurante La morte della Vergine è visibile l’autoritratto del pittore, nonché il probabile ritratto del figlio Filippino, nella figura dell’angelo. Filippo morì nel 1469 a Spoleto, nella cui Cattedrale venne sepolto. Il figlio Filippino disegnò il sepolcro di marmo con il busto e il grande letterato Angelo Poliziano ne scrisse l’epitaffio.
[Fonte: Affreschi di Filippo Lippi nella Cattedraledi Santo Stefano, Prato | www.beniculturali.it]
 

Autoritrato di Fra' Filippo Lippi, Incoronazione della Vergine, 1441-1447

 

 





Bibliografia

Antonio Paolucci, Filippo Lippi, Giunti Editore 2007

Gloria Fossi, Filippo Lippi, Scala 1989

Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 2, Bompiani, Milano 1999. ISBN 88-451-7212-0


Restauro Filippo Lippi | Genio e Passione | www.restaurofilippolippi.it
Uno dei più alti capolavori rinascimentali, il ciclo affrescato da Filippo Lippi per la cappella maggiore del Duomo di Prato (che secondo il Vasari costituisce “la più eccellente di tutte le cose sue”), torna ad incantare per l'armonia dei colori e l'equilibrio delle complesse scene al termine del lungo restauro (avviato nel 2001) che ha recuperato alle figure volume e leggerezza, e ai colori trasparenza (vedi immagine) e luminosità ( vedi immagine).
L'intervento, interamente finanziato dal Ministero per le Attività Culturali (con un contributo della Provincia e della Diocesi di Prato) e curato dalle Soprintendenze per i Beni artistici, storici e etnoantropologici e per i Beni architettonici e il paesaggio di Firenze, Pistoia e Prato, è stato messo a punto dopo una nutrita serie di analisi preventive un accurato studio delle alterazioni e della tecnica esecutiva - assai originale - del Lippi.
Adorazione del Bambino con San Bernardo e San Giovannino (Adorazione di Palazzo Medici) | 'E' la pala d'altare descritta nell'inventario mediceo del 1492 e che si trovava sull'altare della cappella di Palazzo Medici (oggi sostituita da una copia coeva attribuita allo pseudo-Pier Francesco Fiorentino). L'ambientazione in un paesaggio boscoso e roccioso richiama quella degli affreschi di Benozzo Gozzoli sulle pareti della stessa cappella. La tavola costituisce la versione più alta di una iconografia proposta poco prima dal Lippi nella Pala d'Annalena e ripresa poco dopo nell'Adorazione di Camaldoli (entrambe la tavole sono agli Uffizi): una interpretazione del soggetto di grande successo, che sarà riproposta per tutto il Quattrocento. La rete di significati contenuta nel dipinto è molto complessa (Lavin, 1955 e 1961) e sembra concorrere, come nel Tondo Cook, all'illustrazione di un intero sermone piuttosto che di un singolo tema teologico. La datazione risale agli anni del completamento di Palazzo Medici, tra il 1458 e il 1460.'

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