Ambrogio Lorenzetti, Madonna with Angels and Saints (Maestà)
Ambrogio Lorenzetti, Maestà dalla chiesa di San Pietro all'Orto di Massa Marittima (1335 circa), Museo di Arte Sacra, Massa Marittima

   
 

Ambrogio Lorenzetti | Maestà di Massa Marittima

 
 

La Maestà di Massa Marittima è un dipinto a tempera e oro su tavola (155X206 cm) di Ambrogio Lorenzetti, conservato nel Museo di arte sacra di Massa Marittima. Si tratta di una delle sue prime grandi opere allegoriche.[1]
La datazione proposta dal Carli è stata recentemente confermata da Diana Normann, mentre è da scartare un’ipotesi precedente che consisteva nel retrodatare l’opera agli anni giovanili del Lorenzetti, tra il 1280 e il 1290.[2]

È una delle tre grandi Maestà di quest'artista: le altre due sono dipinte a fresco nella cappella di San Galgano a Montesiepi (Chiusdino, in provincia di Siena) e nella chiesa di Sant'Agostino di Siena.

Un'altra Maestà di Massa Marittima, anche'essa di scuola senese del Trecento, dipinta da Duccio di Buoninsegna, si trova invece nel Duomo della città.

 
 
Storia


La Maestà fu dipinta per la chiesa agostiniana di San Pietro all'Orto di Massa Marittima. Lo fanno pensare soprattutto la presenza nell'opera di sant'Agostino (in piedi alla sinistra della Madonna), nonché dei tre santi Giovanni Evangelista, Pietro e Paolo, che siedono in posizione di onore alla destra della Madonna e ai quali la chiesa era intitolata.

La Maestà potrebbe essere stata dipinta anche per la vicina e più grande chiesa di Sant'Agostino, ma quest'ultima era ancora in costruzione ai tempi della realizzazione del dipinto ed è soprattutto il collocamento della figura di sant'Agostino in posizione non preminente che fa escludere questa ipotesi. Non si può tuttavia escludere che l'opera abbia stazionato nell'edificio.

Della tavola, a partire dal XVII secolo, si persero le tracce e solo nel 1867 fu ritrovata divisa in cinque pezzi nella soffitta della chiesa di Sant'Agostino, senza predella, cuspidi e cornice. Dopo il restauro fu collocata nella sede del Palazzo del Comune, quindi esposta nella pinacoteca del Palazzo del Podestà fino ad approdare al nuovo Museo di arte sacra dove si trova ancora oggi.


Descrizione

Al centro siede la Madonna in trono col Bambino in braccio. Ai lati dei gradini del trono sono presenti sei angeli (tre per parte) con strumenti musicali e incensieri. Ai lati del trono stesso ci sono altri quattro angeli, due che reggono i cuscini del trono e altri due che lanciano fiori. Come in altri dipinti di Ambrogio Lorenzetti, nella Madonna con il Bambino è sottolineato il rapporto umano tra madre e figlio, con la consueta presa energica del figlio da parte di Maria, con un contatto guancia a guancia e uno scambio di sguardi ravvicinato tra le due figure. Del trono si vedono solo i gradini, mentre è apparentemente assente il seggio e lo schienale: il trono diventa quindi costituito dai soli cuscini sorretti dagli angeli. In primo piano infine si trovano le personificazioni delle Virtù teologali.

Tutti gli altri personaggi in piedi sono uno stuolo di profeti, santi e patriarchi. A sinistra, dietro i tre angeli inginocchiati, troviamo una fila di quattro santi riconoscibili come san Basilio, san Nicola di Bari, san Francesco d'Assisi e santa Caterina d'Alessandria. Ancora più dietro, troviamo san Giovanni evangelista, san Pietro, san Paolo e due sante non identificate. In piedi, dietro agli angeli musicanti, sono presenti san Benedetto, sant'Antonio abate, sant'Agostino e san Cerbone (santo patrono di Massa Marittima, al quale è dedicato il Duomo), riconoscibile per le oche ai suoi piedi. Dietro troviamo gli evangelisti Matteo, Marco e Luca, con due sante non identificate. Dietro ai santi dai volti visibili si intravedono le aureole di altre figure e sotto gli archi a sesto acuto molte altre figure, riconducibili ad apostoli, profeti e patriarchi.

Tale sovraffollamento di personaggi fa sì che tutti coloro che hanno fatto la storia della Chiesa siano presenti all'evento della nascita di Gesù Cristo.


Stile

L'opera è tutt'altro che una Maestà tradizionale. Il sovraffollamento dei personaggi intorno al trono carica l'evento della nascita di Gesù Cristo di una portata epocale, essendo tale evento assistito da tutti coloro che hanno fatto la storia della Chiesa. Inoltre la presenza, iconografia e collocamento delle tre virtù teologali accrescono il valore allegorico dell'opera.

Proprio intorno al 1335 si registra una transizione dello stile di Ambrogio Lorenzetti. Alle figure già volumetriche ben collocate nello spazio e rese già con un ottimo uso dei chiaroscuri, ma ancora forse un po' troppo statiche ed ingessate dei primi anni trenta del secolo (come si riscontra nel trittico di San Procolo del 1332 che si trova alla Galleria degli Uffizi di Firenze), si passa a figure con una postura più sciolta e naturale, anche laddove le figure non sono in movimento. Questo si riscontra per le tre virtù teologali sedute sui gradini del trono, per quelle degli angeli e per quella di san Francesco, mentre altre figure rimangono ancora statiche e irrigidite nella loro posizione. La coesistenza di queste due caratteristiche stilistiche nell'opera, che sarà persa definitivamente nelle opere senesi della seconda metà degli anni trenta e degli anni quaranta del secolo, indica la transizione in atto nello stile dell'artista in questi anni.

I volti delle figure rivelano le fisionomie tipiche di Lorenzetti, contribuendo quindi, insieme al carico allegorico del dipinto, a non suscitare dubbi sulla paternità dell'opera. Delicatissimi sono poi gli accordi cromatici, intonati a toni pastello perfettamente armonizzati nel preponderante oro dello sfondo e delle numerose aureole.

 
 

[1] La prima opera datata del senese Ambrogio Lorenzetti, fratello minore del pittore Pietro Lorenzetti, è la Madonna col Bambino dipinta nel 1319 per la chiesa di Vico l'Abate e attualmente custodita nel Museo di Arte Sacra a San Casciano Val di Pesa. La tavola, che tradisce una chiara influenza dell'arte fiorentina, suggerisce che almeno a partire da questo momento il pittore operi anche a Firenze, dove deve aver vissuto per un periodo, con probabilità il primo della sua carriera, se nel 1327 viene immatricolato nell'Arte dei Medici e Speziali.
Per la chiesa fiorentina di San Procolo nel 1332 Ambrogio dipinge un polittico, oggi smembrato, di cui si conservano alla galleria degli Uffizi un trittico e due tavole con quattro Storie della vita di San Nicola, nelle quali si afferma definitivamente la sua cifra personale, che nasce dalla reinterpretazione del colore, della linea e della spazialità della tradizione senese. Allo stesso periodo risale anche la cosiddetta Madonna del latte, oggi nel Seminario Arcivescovile di Siena, una delle opere più celebri per l'intimo rapporto tra la Madre e il Figlio. Nel 1334 è documentata la sua presenza a Montesiepi (Siena), dove esegue alcuni affreschi, fra cui una Madonna in trono col Bambino e santi.
Un'attendibile fonte di notizie sulla produzione artistica di Ambrogio è il secondo libro dei Commentari di Lorenzo Ghiberti (che raccoglie le biografie di artisti del Trecento), dove sono ricordati i cicli senesi nel chiostro di San Francesco e nella chiesa capitolare di Sant'Agostino (solo parzialmente conservati) e gli affreschi realizzati con il fratello Pietro nel 1335 per lo Spedale di Santa Maria della Scala.
Il ritorno a Siena segna la fase più matura del suo linguaggo artistico, autonomo e originalissimo, che si dispiega nel grande ciclo di affreschi con le Allegorie del buono e del cattivo governo dipinto fra il 1337 e il 1339 nella Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena: forse il più inportante documento di pittura civile gotica e la prima riproduzione di un panorama cittadino e campestre realizzata su così ampia scala e in modo tanto aderente alla realtà. Su una parete della sala attigua a quella dei Nove, nello stesso Palazzo Pubblico, Ambrogio dipinge il Mappamondo (oggi perduto), una grandiosa mappa rotante dei domini senesi. Databili agli stessi anni sono le due tavolette della Pinacoteca Nazionale di Siena raffiguranti Una città vicino al mare e Un castello in riva a un lago, altre testimonianze paesistiche considerate il più antico esempio di paesaggio nell'arte.
Fra le ultime opere del pittore, importanti per lo studio dell'impostazione prospettica, vanno ricordate la Presentazione al Tempio del 1342 (Firenze, Galleria degli Uffizi) e l'Annunciazione del 1344 (Siena, Pinacoteca Nazionale), nelle quali l'artista persegue l'intento di unificazione spaziale, cercando di superare la concezione medievale del polittico e concretizzando intuizioni che pur tradendo una debolezza di fondo che non consente di ottenere un controllo reale e razionale dello spazio, si rivelano in anticipo sulle teorie rinascimentali.
L'Annunciazione è l'ultima opera nota dell'artista, di cui non si hanno più notizie dopo il 1347 e che si suppone sia morto come il fratello Pietro durante la peste del 1348. Attratto, almeno inizialmente, dalle molteplici esperienze figurative cui faceva capo la cultura artistica toscana, attento osservatore della realtà quotidiana e interessato alla raffigurazione naturalistica del paesaggio, Ambrogio Lorenzetti ha portato la pittura senese del Trecento a uno dei vertici più alti, passando dai modi gotico-cortesi di Simone Martini alle conquiste spaziali dell'arte fiorentina. [Fonte Chianti Musei : Ambrogio Lorenzetti]

[2] La descrizione del Carli: “La Madonna siede su un trono innalzato su tre gradini e la cui spalliera, con idea originalissima che si ritrova anche nella Maestà affrescata da Ambrogio in una cappella di Sant’Agostino a Siena, è formata dalle ali spiegate dei due angioli che sorreggono il cuscino su cui siede la Vergine; il volto di questa si unisce strettamente a quello del Bambino, le due bocche sono vicinissime e sembrano suggellarsi in un bacio, gli sguardi intensissimi e appassionati ribadiscono l’intimo legame tra Madre e Figlio. Sui gradini del trono, dipinti con i colori simbolici delle Virtù teologali, siedono in basso la Fede, biancovestita, che addita uno specchio con un’erma virile bifronte (l’Antico e il Nuovo Testamento), al centro la Speranza che sorregge un’alta torre, cui si affianca una pianta di giglio e sormontata dalla colonna del Premio eterno e, al sommo, munita di una rocca e di una fiamma, la Carità drappeggiata da una leggera tunica rossa a pieghe sottili, ad imitazione delle statue ellenistiche. Sei angioli musicanti e turiferari si inginocchiano ai due lati della gradinata, e altri due angioli dall’alto lanciano fiori sul gruppo della Madonna. Il resto della Tavola è occupato da due fittissime schiere di Patriarchi, di Santi e di Sante, tra le quali sono riconoscibili, a sinistra Santa Caterina, San Francesco, San Nicola da Bari, San Basilio il Grande, San Paolo, San Pietro e San Giovanni Evangelista, e a destra San Cerbone con il caratteristico attributo delle oche con le quali si presentò al Papa, San Regolo, Sant’Antonio Abate, San Benedetto e forse San Matteo, San Luca e San Marco: inidentificabili le altre quattro Sante, mentre nelle cuspidi sono raffigurati sei Apostoli e sei Patriarchi. Stupisce che dalla schiera manchi il Battista che non manca mai in simili consessi. La composizione tende a spiegarsi tutta in superficie, preme e si assiepa con mirabile effetto decorativo avanzando dal fondo verso lo spettatore: per questo Ambrogio ha arditamente depresso i gradini del trono, sentendoli soprattutto nel loro valore di sovrapposte zone cromatiche, ed ha invaso anche la parte alta del quadro, stivando di teste anche le arcatelle. Due modi diversi di rendere omaggio a Maria si fondono in questa trionfale visione, degna veramente del Paradiso dantesco, e cioè l’attiva partecipazione delle Virtù e degli angioli che suonano, agitano turiboli e con giovanile gagliardia lanciano mazzi di fiori, mentre la Carità dal suo alto seggio sembra dirigere la tripudiante orchestra, e l’estatica contemplazione dei Santi che, a ranghi serrati e con perfetta simmetria bilaterale –come nella Maestà di Duccio- guardano fissamente la Vergine e in silenzio La adorano. Le loro aureole, e quelle di altri santi da essi intercettati, si moltiplicano fantasmagoricamente, senza alcuna ricerca di profondità, ma come ondate di luce ravvivano ed esaltano al massimo grado la calda atmosfera dorata in cui appaiono immersi i colori. Nonostante che il Vasari abbia affermato che il Lorenzetti lavorò a Massa “in compagnia di altri”, la tavola appare quasi per intero autografa: la Borsook ritiene che alcuni santi della sinistra (Caterina, Basilio, Giovanni Evangelista) e altre figure si debbano all’aiuto che collaborò al trittico già in San Procolo a Firenze (ora agli Uffizi) e ai quattro Santi ora nel Museo dell’Opera del Duomo di Siena: ma mentre la qualità di questi ultimi appare un po’ inferiore a quella dei Santi di Massa, il bellissimo trittico fiorentino, che recava la data del 1332, sembra -a parte le tre piccole figure nelle cuspidi- interamente di mano di Ambrogio. Inoltre la Maestà massetana va datata […] al 1335-1337, cioè alla vigilia della grande impresa degli affreschi del Palazzo Pubblico di Siena” [CARLI E., L’arte a Massa Marittima, Siena, 1976].



Bibliografia

Chiara Frugoni, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, Le Lettere, Firenze 2010.

Enzo Carli, L’arte a Massa Marittima, Siena, 1976


Art in Tuscany | Ambrogio Lorenzetti

Giorgio Vasari | Le vite de' più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri | Ambrogio Lorenzetti
Nel corso dei secoli questo dipinto è apparso e scomparso più volte. La sua esistenza è testimoniata dal Ghiberti e dal Vasari, i quali ci informano che Ambrogio Lorenzetti a Massa Marittima dipinse una grande tavola.

La maestà di Ambrogio Lorenzetti nel sito del Museo di arte sacra di Massa Marittima | www.massamarittimamusei.it

Arte in Toscana | Ambrogio Lorenzetti





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Massa Marittima


   

La Maestà di Massa Marittima viene considerata come una dei più importanti capolavori del Senese: è infatti di grande interesse iconografico, sia per la novità della composizione, sia per la scelta dei santi e delle personificazioni allegoriche. In origine potrebbe aver avuto un coronamento a pannelli cuspidati, del quale non si è conservata traccia. L’opera riprende il tema delle maestà senesi di Duccio e di Simone Martini, cioè della Madonna circondata dalla sua corte celeste di angeli e santi: il tema, però, viene trattato con significative innovazioni.

La tavola del Lorenzetti può essere considerata, a giusta ragione, insieme alla cattedrale di San Cerbone, l’icona dell’arte di Massa Marittima: per questo motivo si può affermare con certezza che rappresenta l’opera di maggior interesse del museo di Arte Sacra, intorno alla quale è nato il museo stesso.

Massa Marittima è una città d’arte adagiata tra le Colline Metallifere, circondata dalla campagna maremmana e ricca di bellezze storiche, ambientali ed architettoniche ereditate da un florido passato. Dal borgo medievale, fino alla città nuova, si possono percorrere i vicoli antichi e ripidi che si intrecciano nel centro storico e salgono fino alla parte alta del borgo; qui è facile trovare angoli suggestivi e caratteristici e punti panoramici che si affacciano a valle fino al mare. Molti dei luoghi più significativi, sono racchiusi dalla piazza della città: la meravigliosa Cattedrale di San Cerbone, il Palazzo Comunale, le Fonti che cingono il famoso affresco dell’Abbondanza e il Palazzo del Podestà sede del museo archeologico.

Il convento di San Pietro all’Orto, con l’istituzione del Museo di Arte Sacra, assume così il ruolo di vero e proprio complesso museale e culturale, che rappresenterà il cuore del Sistema museale massetano e il punto di partenza della visita alla città, in un progetto di valorizzazione di Città Nuova portato avanti dall’Amministrazione da diverso tempo e che si completerà con il recupero del convento delle Clarisse e l’apertura della nuova Biblioteca e dei nuovi servizi previsti negli ampi spazi che si renderanno disponibili.


Museo di Arte Sacra
Complesso museale di San Pietro all'Orto
Corso Diaz, 36
www.massamarittimamusei.it

Orari:
aprile/ottobre
mattina: 10 - 13
pomeriggio: 15 – 18
novembre/marzo
mattina: 11 - 13
pomeriggio: 15 – 17

Lunedì chiuso

Comune | www.comune.massamarittima.gr.it

 

 


Massa Marittima, Palazzo Publicco


Duomo

Durante il Medioevo, nel travertino su cui poggia la cittadina di Massa Marittima furono scavati dei cunicoli per rifornire di acqua le Fonti dell’Abbondanza, un edificio a tre grandi archi a sesto acuto, costruito e decorato nel 1265. I suoi bellissimi affreschi sono stati scoperti e restaurati solo recentemente. Il più celebre è la Fecondità dipinto sulla prima arcata, raffigurante un albero pluriramificato i cui frutti sono dei falli, a simboleggiare la fertilità e la vita.

In passato queste fonti avevano un ruolo strategico per la città, soprattutto in caso di assedio, poiché erano le uniche fonti a trovarsi entro la cinta muraria da cui poter attingere acqua potabile. Nella parete della seconda arcata si apre, infatti, la galleria sotterranea di captazione idrica. Nel cunicolo, di lunghezza di 270 metri e altezza 1,90 metri, sono stati ricavati pozzi per raccogliere l’acqua filtrata dalla roccia superiore. Sulla volta sono visibili stalattiti di origine calcicae concrezionamenti, di varie forme e dimensioni,  che decorano  il pavimento e le pareti.

Si suggerisce di abbinare alla vostra gita  un'escursione del territorio in particolare al Museo del ferro e della ghisa di Follonica e alla Porta del Parco Minerario di Monterotondo Marittimo.
[Fonte: www.turismo.intoscana.it]

I segreti della Maremma Toscana | Le Fonti dell’Abbondanza

  Fonti dell’Abbondanza
Fonti dell’Abbondanza
Galleria delle Fonti dell’Abbondanza, Piazzale Mazzini Massa Marittima    

 

 

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