Ambrogio Lorenzetti, Annunciazione, 1344, cm.127 x 120, Pinacoteca Nazionale, Siena


   
 

Ambrogio Lorenzetti | L'Annunciazione

 
 

L'Annunciazione è un dipinto a tempera e oro su tavola (127x120 cm) di Ambrogio Lorenzetti, firmato e datato al 1344, e conservato nella Pinacoteca Nazionale di Siena. È una delle cinque opere firmate e datate dell’artista, l’ultima in ordine cronologico, e quindi valido punto di riferimento per la datazione delle restanti opere attribuite a questo artista.

 
 

Storia

La tavola fu dipinta nel 1344 per l’Ufficio della Gabella del Comune di Siena, come mostra la firma a due righe scritta in basso. Qui si legge infatti l’anno di esecuzione (1344), il nome dell’artista (Ambruogio Lorenzi) e quello dei committenti (i nomi dei Magistrati della Gabella di quell’anno). La tavola fu posta nella Sala del Concistoro del Palazzo Pubblico di Siena. Recentemente è stata trasferita nella Pinacoteca Nazionale della stessa città, dove si trova ancora oggi.


Ambrogio Lorenzetti, Annunciazione, (particolare di Maria), 1344, Pinacoteca Nazionale, Siena Ambrogio Lorenzetti, Annunciazione, (particolare di Maria), 1344, Pinacoteca Nazionale, Siena Ambrogio Lorenzetti, Annunciazione, (particolare dell'angelo Gabriele), 1344, Pinacoteca Nazionale, Siena Ambrogio Lorenzetti, Annunciazione, (particolare dell'arcangelo san Gabriele), 1344, Pinacoteca Nazionale, Siena

Ambrogio Lorenzetti, Annunciazione (dettagli), Pinacoteca Nazionale, Siena [1]

 

Descrizione

Secondo il Vangelo secondo Luca (Luca, 1, 28-38) l’Annunciazione consta di cinque momenti: (1) l’apparizione e il saluto dell’Angelo, (2) l’annuncio del concepimento, (3) la spiegazione di come il concepimento fosse possibile (data la replica della Vergine che “non conosceva uomo”), (4) l’accettazione di Maria e il concepimento stesso e (5) la scomparsa dell’Angelo. Qui l’artista sceglie di rappresentare il momento emotivamente più profondo discostandosi dalla rappresentazione convenzionale dell’Annunciazione. Non è l’apparizione dell’Angelo e il suo annuncio ad essere oggetto del dipinto (come era consuetudine), bensì la spiegazione dell’Angelo su come il concepimento potesse avvenire, l’accettazione di Maria e il concepimento stesso.

L’angelo infatti proferisce le seguenti parole: “Non est (erit) impossibile apud Deum omne verbum”, visibili tra la bocca dell’Angelo e il petto di Maria. Questa è la spiegazione di come il concepimento poteva avvenire visto che “per Dio niente era impossibile”. Il dito dell’Angelo rivolto verso l’alto enfatizza il riferimento a Dio Padre. La Vergine guarda in alto verso Dio Padre e risponde “Ecce Ancilla Domini”. È il suo “sì” di fronte alla volontà di Dio. Queste parole sono pronunciate da Maria non verso il suo interlocutore (l’Angelo) bensì verso Dio Padre stesso con le mani incrociate sul petto e dopo aver abbandonato il libro aperto sulle ginocchia. In questa rappresentazione il Lorenzetti enfatizza come il concepimento non fosse un’imposizione del Padre, ma una richiesta alla quale Dio stesso attendeva una risposta. Infine si vede lo Spirito Santo, raffigurato come una colomba, inviato da Dio verso Maria per il concepimento stesso. Il saluto iniziale dell’Angelo è presente nel dipinto, ma viene relegato sull’areola della Vergine in cui si legge “Ave Maria, Gratia Plena, dominus tecum”.


Stile

Da un punto di vista prettamente stilistico, il dipinto è realizzato secondo lo stile dell’ultimo Ambrogio Lorenzetti, quello della maturità artistica degli anni senesi (dopo il 1335). La piastrellatura del pavimento mostra infatti una buona resa della prospettiva, reiterando le indubbie capacità del Lorenzetti di dipingere le complesse prospettive già evidenti nella Presentazione di Gesù al Tempio del 1342 (Oggi alla Galleria degli Uffizi di Firenze). I volti dell’Angelo e di Maria sono rese secondo le inconfondibili fisionomie di quest’artista. I chiaroscuri dei volti e del panneggio mostrano le influenze giottesche che Ambrogio Lorenzetti aveva acquisito negli anni di permanenza a Firenze (prima del 1332).

 
 


[1] Ambrogio Lorenzetti, Siena, 1285 circa - m. Siena, probabilmente 1348
'Con Duccio e Simone, Ambrogio Lorenzetti completa la triade del grandissimi della pittura di Siena. Fu temperamento molto diverse da quello appassionato e drammatico di Pietro, e produsse un'arte assai più pacata, quasi filosofeggiante; e ancora, a differenza del fratello, non si scorge in Ambrogio nessuna traccia dell'ascendente di Duccio, mentre anche le derivazioni da Giotto appaiono molto più mitigate.

Fu dotato di una singolare e spiccatissima personalità artistica, più unica che originale, e di un indefesso spirito di ricerca, sorretto da una inesauribile fantasia creativa, che gli consentì di dare forme sempre nuove e precisamente caratterizzate ad ognuna delle sue opere.

Gli elementi architettonici e spaziali sono tuttavia notevolissimi nella sua pittura e, anche se costruiti più con mezzi fantastici che puramente matematici, vanno sempre più coordinandosi, per raggiungere infine un rigore prospettico capace di ottenere notevoli effetti di profondità atmosferica, come è particolarmente evidente nelle opere più tarde; parimenti, la modellatura violenta e la grandiosità delle prime forme delle figure rappresentate da Ambrogio, gradatamente si attenuano, come risulta dall'analisi delle sue «Madonne».

Scarne notizie abbiamo della sua biografia; per la prima volta è ricordato nel 1319 e per l'ultima nel 1347; sappiamo che ricoprì anche importanti cariche politiche, e che produsse una grandissima quantità di opere, anche nei centri più lontani dello Stato Senese. Con ogni probabilità, anche lui, come il fratello, perì nella terribile pestilenza del 1348, che, insieme al crollo demografico, provocò in Siena anche una netta frattura nella linea dello sviluppo artistico; la ripresa, lentamente, ci sarà, ma artisti come Ambrogio, sia pure in una città ricca di talenti come Siena, non nascono tutti i secoli.

Ambrogio fu per due volte a Firenze (1319 e 1327), e durante il primo soggiorno venne marginalmente influenzato dall'arte di Giotto, che ebbe un certo peso sul suo primo periodo di attività, al quale seguirono composizioni più preziose e ricche di ornamenti. Cercheremo di cogliere le opere principali della sua vastissima produzione.

Del 1319 è la «Madonna» di S. Angelo a Vico l'Abate, presso Firenze. Di epoca difficilmente precisabile (1320-1340 circa) e la tavola della «Madonna del Latte» nel Seminario Arcivescovile di Siena, proveniente dal Convento di Lecceto. Varie opere, in gran parte perdute, l'artista eseguì per la Chiesa di S. Procolo a Firenze (1330-32 circa); di esse restano quattro «Storie di S. Nicola» e un trittico, recentemente ricostituito, il tutto conservato nella Galleria degli Uffizi. Del 1330 circa e la «Maestà» nel Palazzo Comunale di Massa Marittima.

Ambrogio eseguì anche molti lavori nel Convento e nella Chiesa di S. Francesco a Siena, dove, intorno al 1331, realizzò i bellissimi affreschi del «S. Ludovico daTolosa che si congeda da Bonifacio VIII» e del« Martirio di sei Francescani a Ceuta in Marocco». L'affresco del «S. Ludovico da Tolosa» e opera altissima, in cui Ambrogio ci fornisce una eloquente e vivissima rappresentazione della società aristocratica del tempo, attraverso i gesti e i costumi dei personaggi, ognuno dei quali mostra di avere una propria e ben marcata individualità; per questo carattere di minuziosa ma spontanea riproduzione della realtà storica, l'opera anticipa, in certo qual modo, gli affreschi del Buon Governo. Nel «Martirio dei Francescani», l'artista ci dà invece un tale saggio di esotismo pittorico, da richiamare alla memoria le più affascinanti pagine de «Il Milione» di Marco Polo.

Del 1335 circa è l'affresco della «Maestà», recentemente venuto alla luce nella Chiesa di S. Agostino a Siena. La Pinacoteca Nazionale di Siena racchiude una quantità notevole di opere di Ambrogio di grandissimo valore; da ricordare una «Madonna con Bambino, Angioli e Santi», in cui lo splendore e la purezza dei colori, e la finezza delle decorazioni, rendono l'opera un capolavoro di squisita delicatezza; di rilievo la tavola della « Madonna col Bambino » proveniente da Rapolano (1335-1340 circa); citiamo ancora la tavola con «S. Dorotea», parte di un trittico proveniente dall'ex-Convento di S. Petronilla a Siena (1337-40 circa), in cui la Santa incarna un ideale di bellezza femminile florido e serenamente sognante tipico del pittore.

Del 1337-39 sono i celeberrimi affreschi del «Buono e Cattivo Governo» nella Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena. Non si può esitare a definire questa vasta rappresentazione, che più di ogni altra ha dato fama all'artista, come un vero e proprio capolavoro universale, anche se si riscontrano in essa caratteri in parte diver si dalla restante pittura di Ambrogio; vi dominano infatti concetti morali, in certo modo imposti dai committenti, i quali però, se non appartennero alla diretta iniziativa di Ambrogio, trovarono certo nell'animo dell'artista una pronta rispondenza, una appassionata e consapevole partecipazione alle vicende del proprio tempo, peraltro sempre sostenuta dal fuoco ardente di una fervida fantasia.

L'insieme dell'opera, e certe figure caratteristiche, come la splendida rappresentazione allegorica de «La Pace», hanno giustamente fatto intravedere in Ambrogio un precursore della nuova mentalita prerinascimentale. L'opera è di capitale importanza per tutta la pittura successiva e si segnala per il colore, per la dinamicita dei personaggi, per la brillantezza di soluzione dei problemi di prospettiva, posti in forme del tutto nuove e originali.

Ma a parte il valore intrinseco, l'affresco ha un'importanza fondamentale come documento storico, in quanto viene considerato come il primo dipinto puramente paesaggistico dell'intera storia della pittura, e può essere visto anche come una rudimentale mappa del territorio senese del tempo, in quanto rappresenta vaste zone della campagna circostante il capoluogo e perfino la rocca del porto di Talamone.

Gli affreschi sono inoltre una «fotografia» della Siena del tempo e più di ogni documento scritto possono spiegare allo storico attento il modo in cui si svolgevano i commerci e quale era Pordinamento sociale vigente; e fortemente suggestivo ammirare la minuzia di particolari con la quale Ambrogio Lorenzetti rappresenta la vita in città e in campagna, mentre sul tutto aleggia un alto sentimento civico e morale, per capire appieno il quale, tuttavia, occorre fare alcune considerazioni. Non ci si meravigli, infatti, di trovare, negli affreschi del «Buon Governo», i malandrini impiccati alle porte della città.

Bisogna intanto tenere presente che, al momento della realizzazione dell'opera, la potenza economica e commerciale di Siena aveva raggiunto il suo apice, così come il suo sviluppo demografico (Siena, con le «masse», cioè i territori di campagna che si estendevano fino a 10-12 chilometri dal perimetro murario, sfiorava i 200.000 abitanti).

Ora, è evidente che i reggitori del Comune cercassero con ogni mezzo di far durare un simile stato di grazia, anche usando il pugno di ferro contro i disturbatori del quieto vivere. Quindi, secondo questo criterio morale, la «Pace» altro non era che il perfetto ordinamento della società, ed in questo senso ne parlava, proprio in quel tempo, Marsilio da Padova nel suo «Defensor Paris»; in definitiva, si poteva anche fare la guerra per difendere questo tipo di «Pace», e Ambrogio Lorenzetti, nella sua opera, «fotografa» fedelmente anche questo indirizzo politico del Governo del tempo.

Dopo la realizzazione di questi affreschi, Ambrogio eseguì altre importanti opere, come la «Presentazione di Gesù» (1342), oggi conservata agli Uffizi, e soprattutto la tavola della «Annunciazione» (1344) proveniente dal Palazzo Pubblico di Siena, attualmente nella Pinacoteca della stessa città, che è anche la sua ultima opera conosciuta. Nelle sue opere più tarde Ambrogio, pur non alterando il carattere fantastico della sua arte, introduce alcune novità nelle costruzioni prospettiche e torna a dare forme ampie alle sue figure, rivestendole di uno splendido fasto decorativo.

Prima di concludere la trattazione di Ambrogio, accenniamo a due realizzazioni, conservate nella Pinacoteca di Siena, tanto piccole per dimensioni quanto grandi per importanza artistica. Si tratta di due tavolette rappresentanti una «Città sul mare» (forse Talamone), e un «Castello sulla riva di un lago» (forse un presidio di confine della Repubblica di Siena, sul Trasimeno o sul Lago di Chiusi). I due dipinti costituiscono un «unicum» in tutta la pittura europea del Medioevo e del primo Rinascimento; si tratta infatti di pitture di «paesaggio puro», cioè senza «istorie»; esse sono pervase da un sentimento lirico così potente e suggestive che non trova riscontri nel tempo in cui furono eseguite.'
[Fonte: Marco Falorni. Senesi da ricordare, Siena. Pericoli, 1982].

 


Art in Tuscany | Ambrogio Lorenzetti

Giorgio Vasari | Le vite de' più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a' tempi nostri | Ambrogio Lorenzetti

Arte in Toscana | Ambrogio Lorenzetti

Marco Falorni. Senesi da ricordare, Siena. Pericoli, 1982.
Brevi cenni sulla biografia e le opere dei principali personaggi storici senesi dalle origini ai nostri giorni.

Le arti a Siena nel Primo Rinascimento | www.rinascimentosiena.it

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San Qurico d'Orcia
 
Podere Santa Pia, giardino
 
Podere Santa Pia
         

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Sant'Antimo
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Parco Naturale della Maremma


Siena
Siena, duomo
Pienza
         
         
La Pinacoteca Nazionale di Siena




 

La Pinacoteca Nazionale di Siena è la più importante pinacoteca della città e una delle più grandi collezioni di dipinti a fondo oro del Trecento e Quattrocento senese al mondo[1].

La collezione è stata inaugurata nel 1932 ed espone anche i dipinti prima conservati presso l'Accademia di Belle Arti di Siena.

La sede

La pinacoteca è ubicata nei palazzi Brigidi e Buonsignori presso via San Pietro.

Il Palazzo Buonsignori, nonostante la sua edificazione risalga al XV secolo, presenta una facciata direttamente ispirata al medievale palazzo pubblico della città, anche grazie ai restauri puristi della seconda metà del XIX secolo.

Il Palazzo Brigidi è invece di più antica costruzione (XIV secolo) ed è solitamente identificato come l'antica residenza della famiglia Pannocchieschi e quindi anche di Nello, sposo della celebre Pia dantesca.


La collezione

Nutritissima di dipinti di raffinata qualità, la pinacoteca documenta essenzialmente l'evoluzione della pittura senese dal XIII al XVIII secolo.

Al secondo piano nelle prime due sale ammiriamo le opere più antiche, fra le quali alcune di Guido da Siena: da segnalare nella seconda sala il San Pietro in trono e sei storie della sua vita.

Nelle sale 3-4-5-6 vi è raggruppato un corpus di opere di mano di Duccio di Buoninsegna e dei suoi seguaci, a testimonianza della definitiva affermazione di una scuola pittorica senese di altissimo livello. Da non perdere: la Madonna dei Francescani e il polittico n. 28 di Duccio, la Madonna col Bambino del Maestro di Badia a Isola, e la Crocifissione con san Francesco di Ugolino di Nerio.

Le sale 7-8 sono invece dedicate a Simone Martini e ai suoi seguaci: si segnala lo splendido ciclo del Beato Agostino Novello e i suoi miracoli (1330 ca.). Nella settima sala vi è invece la Pala del Carmine (1328 - 29) di Pietro Lorenzetti, uno dei capolavori assoluti del trecento senese, e anche la dotta e profonda Annunciazione di Ambrogio Lorenzetti.

Nella sala 8 vi sono i pittori senesi attivi dopo la peste del 1348: si veda la pala con Adorazione dei Magi capolavoro di Bartolo di Fredi.

Le sale 9-10-11 sono dedicate al momento di passaggio tra il trecento senese e il primo rinascimento: spiccano le opere di Taddeo di Bartolo.

Le sale 12-13 sono appunto occupate da artisti quali Giovanni di Paolo, Stefano di Giovanni detto il Sassetta, testimoni di un periodo, il Rinascimento senese, poco considerato.

Il Rinascimento maturo si trova nelle sale 14-15 con opere di Francesco di Giorgio Martini, Matteo di Giovanni e Neroccio di Bartolomeo. A Sano di Pietro sono quasi interamente dedicate le sale 16-17. Nella loggia attigua (sala 18) fa bella mostra di sè la Madonna dell'Umiltà di Domenico di Bartolo (1433). Nella sala 19 vi è una ricca galleria di opere raffiguranti santi senesi.

Al piano inferiore si ammirano opere del Cinquecento senese di mano di artisti quali Antonio Bazzi detto Il Sodoma (Cristo alla colonna e Deposizione) e di Domenico Beccafumi (Nascita della Madonna e San Michele che scaccia gli angeli ribelli.

 

 


La Pinacoteca Nazionale di Siena nel Palazzo Buonsignori

 

 

 

 

 

 

 

 

La Pinacoteca Nazionale di Siena

Palazzo Buonsignori, Via San Pietro, 29

Orario:
aperto 8.30-13.30 lunedi,
8.15-19.15 da martedi a sabato,
8.15-13.15 domenica e festivi

 

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